mercoledì 22 febbraio 2017

Faccia di Cane e Carnera

Faccia di cane lo chiamavano così perché aveva un naso grosso schiacciato in mezzo a due guance grassocce e quando si arrabbiava dal petto gli saliva un respiro roco, lento e profondo come un ringhio di bestia cattiva. 
Ringhiava al mondo Faccia di Cane,ma lo faceva solo perché mordere non gli piaceva affatto. A  parte Cuccumeu e Radiolina infatti, tutti gli altri bambini, a scuola, giravano al largo. Lui era contento così. Si portava addosso quel soprannome come fosse un vanto, un mantello che lo nascondeva alla cattiveria dei compagni come il Grande Promontorio proteggeva le barche dei pescatori nelle notti di tempesta.
Fu così fino ad un giorno di sole, silenzio e vento: quel giorno, Faccia di Cane conobbe Carnera; cioè, a dire il vero nessuno ancora la chiamava così, perché era in là da venire il giorno in cui avrebbe steso Tommaso Sirboni della 5b con il più fulmineo gancio destro che la storia del piccolo villaggio di Cannestorte ricordi. 
Nessuno conosceva neppure quello vero, di nome,  perché era arrivata al paese da pochi giorni, ad anno scolastico appena concluso, forestiera.  Nessuno avrebbe potuto dirla  figlia di questo, nipote di quello, sorella di quell'altro; mancava di riferimenti, di  ascendenze e discendenze, dei  punti cardinali dell’esistenza, insomma. Per Faccia di cane, all’inizio di questa storia, Annina Pes era dunque soltanto un’ombra scura in controluce, seduta su una panchina. 
E lui, vedendo quella figurina scarna, anziché ringhiare, per la prima volta in vita sua mostrò i denti al mondo come ancora non sapeva di poter fare: cioè, sorrise. Come abbiamo detto quella era un giornata strana, per il paese: di solito l’ombra delle vie strette risuonava del vociare acuto delle comari sedute sugli scanni, gli uomini si affrontavano in sfide all’ultimo Campari al bar di Bottiglione, le ragazzine saltavano come cavallette sopra i numeri del Pincaro tracciati col gesso sull’asfalto bollente, strillando come rondini a primavera mentre i maschietti, ipnotizzati da quello sfarfallio di sottane che era l’unico elemento interessante del gioco, le stavano a guardare. Quel giorno invece, contrariamente a quanto accadeva sempre, su Cannestorte regnava un silenzio assoluto: il fiume si trascinava lentissimo verso la foce, le cicale tacevano, i pesci sonnecchiavano all’ombra dei giacinti d’acqua. Sfidando le leggi del mondo, di quel mondo, Faccia di Cane e Carnera violarono il coprifuoco imposto sul paese, e a maggior ragione sulla piazza grande, che a quell’ora  sarebbe dovuta restare deserta e muta. Il 5 di settembre dell'anno 2006, giorno delle prime comunioni, né l’uno né l’altra si trovavano dove avrebbero dovuto stare:  tra i banchi della chiesa. 
Sedevano invece, come già detto, su due panchine dirimpetto: di sottecchi si fissavano. 
Lui notò i capelli tagliati corti da maschio, il collo sottile, i riccioli sulla fronte e dietro l’orecchio, un neo, piccolo, sulla guancia destra.
Lei le braccia abbronzate, le cicatrici vecchie, bianche, e quelle più recenti, scure come il vino secco sul fondo dei bicchieri; si alzò dalla panchina e lo raggiunse: -perché non sei in Chiesa?, chiese.
- L’incenso: mi fa venire la nausea. L’odore della lacca delle mie zie. Uguale. Il Crocefisso, quel Cristo enorme appeso sopra la testa: ho paura che cada e mi schiacci. E tu?
- La tonaca di Don Pietro. Striscia per terra e raccoglie tutto lo sporco che c’è.  Fa schifo. A te cosa piace?. 
- L’odore del fieno. La ricotta tiepida appena fatta. Il miele. Il mosto d’uva. Correre velocissimo in discesa con la bicicletta fino ad una collinetta di terra e saltare. E a te?
- A me le coccinelle sull’erba secca. Le macchie rosse dei papaveri in mezzo al grano giallo. Uccidere i gatti. Le scritte sui muri. 
-Ci vieni a pescare le anguille con me, domani? Si va alla fine della serata. Tanto la scuola è finita. La mia barchetta la riconosci subito, è viola e blu, si chiama Maledettaprimavera. Hai mai pescato le anguille al fiume? Lei disse solo: no. Solo un no secco, deciso, che voleva dire: va bene, andiamo e a Facciadicane piacque molto, quella assoluta, totale, mancanza di indecisione; Carnera teneva la gonna raccolta sulle gambe, per il caldo. Lui notò le sbucciature sulle ginocchia, identiche alle sue. La riconobbe, allora, seppur senza conoscerla ancora, ma non disse nulla. 
-Come ti sei fatto quel taglio? gli chiese. Barabba, il gatto della vicina: ho cercato di strangolarlo e mi ha morso. Lo guardò, e anche lei lo riconobbe seppur senza conoscerlo ancora, ma preferì tacere e non dire nulla.
- Allora? Ci vediamo domani?
-Va bene, a domani. 
Così,  dicono che sia andata; o almeno, così raccontano Radiolina e Cuccumeu ai quali Faccia di Cane spifferò tutto la sera stessa.  Ma chi può dirlo quale sia, davvero, la verità? Quel che è certo è che da quel giorno Faccia di Cane e Carnera fecero coppia fissa. Li vedevano uscire di casa al mattino ed entrare nella chiesetta di fronte al molo: prima di andare per mare accendevano sempre due candele e ci appiccicavano sopra un bigliettino. Non erano preghiere tradizionali, rivolte ai Santi; ogni volta il foglietto riportava una frase diversa:  potevi leggere  “per i fiori della primavera”, oppure “per il cielo d’estate”, oppure “per le nostre mani, che sempre restino così”, oppure  “per quello che ti ho detto ieri”. Cose così, insomma.   Dopo qualche minuto uscivano e salivano su Maledetta Primavera che lentamente, a remi, risaliva il fiume.
Una sera non rientrarono. Li aspettammo fino all’ora del sole rosso, poi uscimmo per mare, nonostante il buio. Il giorno dopo attraversammo il golfo fino all’Isola del Vento Cattivo: trovammo soltanto un pezzo di fasciame con scritto sopra Primav. Il resto se l’era mangiato il mare, o l’avevano rosicchiato gli scogli, ma quel legno sbrindellato era quel che restava della barchetta di Facciadicane, poco, ma sicuro. 
Nessuno li ha più visti, quei due.
Alcuni raccontano di sentirli ridere, a volte, nascosti dal fitto delle canne lungo l’argine del fiume; altri sostengono che siano loro la ragione di un volo improvviso di cormorani o del guizzare precipitoso dei muggini sotto la superficie d’acqua immobile della laguna. 
In verità nessuno ne sa nulla, credo.


L’unica cosa che sappiamo per certo, a Cannestorte, è che ogni mattina, all’alba, quando spalanca le porte della chiesetta sul molo, a Don Pietro manca il fiato:  immancabilmente, la fiammella tremolante di due candele  illumina il buio denso, e triste, della navata. 






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