venerdì 24 febbraio 2017
La gabbianella
Ci guardiamo per tutto il tempo della festa di San Salvatore, senza dirci nulla. Sediamo sulle panchine in fondo alla piazza dello stagno, in gruppo, insieme agli altri. Ci sono tutti: Aurora, Simone, Francesco, Andrea, ma è come se non ci fosse nessuno, tranne noi due. Come se non ci fossero neppure le giostre, le luci forti dei dischi volanti che guizzano sulla superfice lucida della laguna, l’effetto elettronico dei laser posticci, la musica degli 883 sparata a tutto volume dall’autoscontro, come se non ci fosse nemmeno la ruota panoramica, che non avevamo mai visto, qua, nè l’odore dello zucchero filato che si mescola a quello dei muggini arrosto e delle anguille, e da’ la nausea. Perché, se non fosse nausea, cos’è questo languore che dalla bocca dello stomaco scivola fino alle gambe? Perché non riesco ad impedire alle mani di tormentarsi l’un l’altra come due rondini che giocano in volo? Allora mentre gli altri, in gruppo, si muovono verso il tirassegno, io ed Ale restiamo più indietro di dieci passi, e nel punto in cui la strada si biforca, prendiamo a destra, verso la foce. Accade così, senza che ce lo fossimo detti prima, senza che lo avessimo progettato in anticipo: semplicemente, nel medesimo istante, pensiamo la stessa cosa. Sarebbe stato sempre così tra me, Anna Pes detta Carnera e Ale, Facciadicane. Percorriamo il sentiero sterrato lungo il canale profondo che costeggia lo stagno grande, al riparo delle canne schierate fitte come esercito in marcia che ci nasconde alla vista del paese in festa. Di tanto in tanto un ponticello di legno scavalca il fosso e prosegue sospeso sulla laguna, sostenuto dai pali sghembi conficcati nel fango, a fungere da attracco: potremmo sederci lì, a farci tormentare dalle zanzare, guardando il mare accendersi e spegnersi sotto la luce del faro di Capo Grande. Invece proseguiamo, in silenzio, fino al capanno di legno dove la cooperativa custodisce le nasse. Ho un’urgenza nel petto che mi costringe a fermarmi e voltarmi, la schiena poggiata contro l’uscio di legno di quella baracca sghemba. E mentre, senza sapere esattamente che faccio, spingo la porta per entrare, Facciadicane mi abbraccia forte da dietro e mi spinge nel buio. Sarà questa vertigine che tutto confonde, sarà il fiato caldo delle sue labbra sulla nuca, sulle orecchie e sul collo, sarà la sua voce che ripete all’infinito amore mio, amore mio, amore mio, ecco, allora so che non dovrei, ma inarco la schiena e con una mano costringo il suo bacino a schiacciarsi ancora più forte sulle mie natiche mentre la pressione del suo sesso mi precipita in un vuoto di tempo e di spazio. Infine mi volto, gli sfilo la maglia di dosso e mi libero della mia. Il contatto della sua pelle nuda è una frustata elettrica. E quando, nel buio pesto della capanna, avverte l’odore del mio seno morbido e tiepido, ci si tuffa a capofitto, come una gabbianella di mare sul luccichìo argenteo dei pesci nell’acqua azzurra.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Non c'è posto.
Accosta la barca al pontile. Si attarda sulle cime d'ormeggio, prima a poppa, poi a prua, assicurando l'imbarcazione al molo con mo...
-
Chiude le porte della filiale. Imposta gli allarmi, si incanta sulla luce rossa e intermittente che segnala il blocco degli accessi. La scri...
-
-Come un cane - pensa, come un cane che scava la terra. Inginocchiato sul pavimento, chino sul cassetto più basso dell’armadietto, rovis...
-
Accosta la barca al pontile. Si attarda sulle cime d'ormeggio, prima a poppa, poi a prua, assicurando l'imbarcazione al molo con mo...
Nessun commento:
Posta un commento