Il vento ci inchioda a terra da due giorni. Durerà a lungo. Quando soffia con furore di drago, il maestrale muove treni d’acqua che corrono rombando verso la costa per esplodere bianchi di schiuma all’impatto sugli scogli. Per tenere i granchi in vita finché il mare non ritornerà calmo li mettiamo in una bacinella dai bordi alti, insieme a due dita d’acqua di mare e qualche pietra raccattata dalla spiaggia che useranno per nascondersi e stare all’asciutto di tanto in tanto. Stacchiamo piccole patelle dalle rocce e gliele diamo in pasto insieme a piccoli pesci che la mareggiata ributta morti sulla spiaggia. Al terzo giorno ci raggiungono Aurora e Radiolina. Notano la bacinella e il suo contenuto. Anna spiega che non sono granchi, sono esche: il loro destino è quello di finire impalati su un amo che gli trapasserà la parte posteriore del carapace, tenendoli vivi per un paio d’ore sul fondo del mare. Le orate non gli resistono. Lo racconta con una luce sinistra negli occhi: Radiolina e Aurora impallidiscono. Anna sorride. Lo stesso sorriso di quando le chiedo dove prende le zampe che usa per attirare i granchi in trappola: - Anna, dove hai preso quelle zampe? E soprattutto, dov’è il resto dell’animale?-. Lei non dice nulla. Ad ogni suo sorriso corrisponde ad un gatto in meno nel vicinato. Liberateli, ci dicono. Che vi costa? Col passare dei giorni, bloccati a terra, trascorriamo il tempo ad osservare i nostri piccoli prigionieri. Loro smettono di rifugiarsi sotto le pietre ogni volta che ci affacciamo sulla bacinella per nutrirli o per cambiare l’acqua. Li battezziamo: Chiosaè è il più barroso, sempre in prima fila, le grosse chele sollevate davanti agli occhi, come un marinaio pronto alla rissa. C’è AmandaLear, un ciuffo di peluria rossastra sulle zampe e sul carapace. E poi Megliosolo, che sta sempre in un angolino e Lasciamistare che litiga sempre con Monamur. Il sesto giorno, come d’incanto, il vento si cheta. Decidiamo di uscire sul far della sera: la notte è il momento migliore per la pesca e per stare in silenzio, vicini, a respirare il mare. Al tramonto stiamo chini sulla bacinella, io e Anna, le teste affiancate, le braccia che si sfiorano. Comincio io: – Amo. Una parola difficile-. -Per l’uomo e per i pesci- finisce lei. E’ il nostro piccolo rito portafortuna, una stronzata che Gesuino ha scritto sul legno del molo. Guardiamo sul fondo del catino, osserviamo i granchi che ci guardano, immobili. Senza dirci nulla prendiamo la bacinella e raggiungiamo la spiaggia. Io ed Anna pensiamo sempre le stesse cose nello stesso istante, ci succede sempre così. Le lenze sono pronte, assicurate alle boe di segnalazione. La barca è sul bagnasciuga, basterebbe una spinta per prendere il largo. La ignoriamo e rovesciamo la bacinella nel punto in cui le onde leggere si adagiano sulla sabbia: i granchi sono improvvisamente liberi, ma non si spostano di un centimetro. E’ normale, pensiamo: la felicità inattesa paralizza. D’improvviso, un’onda più grossa delle li trascina in mare. Scompaiono in un istante alla nostra vista, e nello stesso momento, di sicuro scordano noi e quegli strani giorni di prigionia, dimenticano i fianchi lisci della bacinella: in un istante, si dimenticano l’uno dell’altro. Succede sempre così: arriva sempre un istante a cancellare di colpo il passato. Io ed Anna ci guardiamo. Non abbiamo bisogno d’altro. La felicità non necessita di molto, si accontenta del tutto che per altri è niente. Un’altra onda, diversa da quella che avevamo appena visto ma ugualmente implacabile avrebbe spazzato via anche noi due, di lì a poco, disperdendoci nell’abisso del mondo ignari l’uno dell’altra. Ma quel giorno, ancora, non potevamo saperlo. Così ci guardiamo negli occhi per un istante e rientriamo, abbracciati stretti, verso casa. Li avvisi tu Aurora e Radiolina? Comincia a far buio. Ridiamo come matti, ugualmente.
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