A Sergio e Graziella
Ci sono sei fermate, tra un capolinea e l'altro.
Alla prima c'è la scuola.
Alla seconda il liceo.
Alla terza l'università.
Alla quarta l'ufficio.Alla quinta il mercatino.
Alla sesta fermata c'è il mare.
Quando ti ho conosciuta, al capolinea di Piazza San Michele,
eri una crisalide in grembiulino blu e fiocco rosa grande da prima elementare.
Quando ti ho conosciuta i campi
da calcio erano polvere nel cielo di giugno, rettangoli d'aria nelle strade
deserte, le linee di fondo foreste di cardi ed erba bruciata, la porta due sassi
sbilenchi e una traversa invisibile mezzo metro sopra la testa, soltanto fin
dove potevano arrivare le mani e tutto il resto era fuori. Tutto il resto,
fuori.Quando ti ho conosciuta le ginocchia sbucciate non facevano male, il sangue sgorgava ma asciugava in fretta e sopra la pelle incrostata ferite tante ma dentro nessuna, male fuori ma dentro niente.
Le biciclette erano moto da corsa o destrieri col fuoco negli occhi, le lucertole draghi furenti, le fionde spade sguainate contro bande di gatti robot.
E non sapere che fare era tutto quello che c'era da fare prima del suono del campanello e gli amici giù in strada, - oh ci sei? ajò - e pronti via, start per un tuffo in una piscina d'aria blu.
Ti ho conosciuta mentre nuotavo nell'aria immobile di un giorno di primavera, quasi estate.
Un giorno che babbo disse: - oggi ci andiamo in pullman, a scuola, che la macchina è rotta - .
Così scendemmo in strada ad aspettare, al capolinea di Piazza San Michele; e quando questo serpente lungo di metallo arancione arrivò e aprì le sue fauci grigie pieghevoli per inghiottirci, io scoprii che nella pancia del serpente c'eri tu. Ultima sedia dell'ultima fila, accanto al finestrino. Sguardo perso nei campi giallo oro di Su Planu. Grembiulino come il mio, fiocco come il mio, occhi, bocca e capelli no, non come i miei.
Tu eri bella.
Ebbi appena il tempo di guardarti
un secondo e scendere: le scuole elementari erano vicine, una sola fermata. La prima.
Mica ti dimenticai, però.
Quando 10 anni dopo ti vidi alla
seconda fermata, quella del liceo, ormai non avevo più il grembiule e tu
nemmeno, ero più alto di un metro e mi ero già rotto due volte il braccio e una
volta la gamba; avevo addosso più punti di sutura che anni di vita randagia di
periferia.
Ma ti ho riconosciuta subito. Sguardo perso nei campi giallo oro di Su Planu.
Jeans come i miei, felpa come la mia, scarpe uguali; occhi, bocca e capelli no, non come i miei.
Tu eri sempre bella.
Il posto non l'hai mai cambiato.
E neppure io, il mio.
Ma il tempo, in compenso, ci è passato sopra leggero e veloce come fanno le nuvole strappate dal vento di maestrale, leggere e veloci sopra questa nostra piccola città, bianca di sale e argilla.
Veloce tra le tue dita strette, aggrappate al vocabolario giallo di latino, quando la tensione per il compito in classe che si avvicinava fermata dopo fermata ti faceva tremare le mani e sbiancare le nocche.
Veloce in mezzo ai fiori delle tue gonne, ampie e ombrose sui piedi scalzi, all'università, e sopra i maglioni larghi, e sulle fasce colorate per i capelli.
E veloce oltre il tuo sguardo assorto e le mani avvinghiate al libretto blu degli esami, stesso tremolio e stesso sbiancare di nocche di sempre.
Il tragitto in pullman durava un lampo misurato in sospiri e battiti accelerati: soltanto tre fermate. Così potevo restare a guardarti per poco tempo, soltanto fino a via Mameli, e poi a piedi attraverso il Corso e Viale Fra Ignazio e su in salita fino a Scienze Politiche, a inseguirti sempre senza raggiungerti mai, schiena avanti gambe veloci e fiato grosso. Occhi piantati fissi sulla tua schiena, troppo vicina e troppo lontana.
Dove lavorassi, non l'ho mai
capito.
Anche perché la quarta fermata,
in Via Dante, avrebbe potuto significare qualsiasi cosa. Avresti potuto
lavorare ovunque: scuole, uffici, nei negozi per ricchi, in via Alghero, o
nel tribunale per i poveri, in Piazza
Repubblica. Non ho mai capito se ti piacesse o meno, il tuo lavoro, perché lo sguardo era sempre naufrago al di là dei vetri; non ho mai capito se fosse stato il grigio della polvere appiccicosa della quotidianità a sradicare i fiori dalle tue gonne e a spodestare i tuoi maglioni larghi e colorati con un colpo di stato tailleuristico. Oppure se fossero stati gli anni, il tempo, la noia, l'apatia, la disillusione o l'angoscia per la distanza che ci separa dal capolinea e che si riduce fermata dopo fermata.
Un giorno ho capito che ti eri sposata quando hai rioccupato dopo un mese di assenza il tuo solito posto accanto al finestrino, le dita nervose attorno ad un cerchietto d'oro bianco.
E un giorno ho imparato il nome dei tuoi figli da come li avvertivi di star fermi sulle sedie affianco alla tua, le stesse sedie uguali arancioni di quando eravamo bambini noi.
E un altro il nome di tuo marito dal sorriso soffiato sul telefono cellulare, i bambini appena fuori dal pullman, impegnati a guadare il torrente d'auto verso la piazza della scuola.
Il tuo non l'ho mai saputo, di nome, perché i tuoi figli ti hanno sempre chiamata, semplicemente, mamma.
Alla quinta fermata c'è il
mercatino.
Da quando non lavoriamo più, le
giornate cominciano mentre fuori dalle finestre è notte e finiscono in fretta, quando
ancora è giorno; le gambe sono diventate pesanti e i gradini del pullman una
montagna da scalare.I pochi capelli grigi che notai un giorno sopra il tuo orecchio destro e sulla mia fronte ora sono molti, e bianchi.
Da quando non lavoriamo più, il giorno più bello è il venerdì.
Perché durante il resto della settimana, mentre il tempo fotocopia le ore, una uguale all'altra, io passo il tempo a riposare queste ossa vecchie nel sottovuoto di giornate uguali, e inganno la noia con l'inquietudine trepidante dell' attesa, il venerdì, invece, c'è il mercatino, ed è l'unico giorno in cui ho la certezza di poterti incontrare, mentre aspetti il pullman al capolinea, aggrappata al carrellino della spesa; e in cui sono sicuro di potere restare a guardarti, per la bellezza di cinque fermate lunghe come questo viaggio di ottant'anni.
Cinque fermate, dal cimitero affogato di gas di scarico, alla piazzetta di Capo Sant' Elia ubriaca di salsedine.
E il sole allora scivola leggero sulle ore passate a perderti e ritrovarti in questa casbah di bancarelle, in questo caos di frutta e casse di pesce, tra lo stridere acuto delle fruttivendole e il mercanteggiare fenicio e minaccioso dei pescatori.
E rientrando a casa, sul pullman che ciondola sulla via del porto, ti guardo riflessa nelle mura bianche della città, dipinte d'arancione dal sole fuggiasco dietro i monti di Capoterra.
E guardo me stesso aspettare un altro venerdì.
Oggi sul pullman non c'eri.
Eppure è venerdì, l'ora la stessa
di sempre. Ho aspettato di vederti arrivare al capolinea aggrappata al
carrellino della spesa finché il sole non si è fatto grande in questo cielo
bianco di primavera, quasi estate.Ma sul pullman la tua sedia è rimasta vuota e nessuno sembrava accorgersi che mancassi; come se fosse normale, che mancassi tu. Il venerdì, poi, che c’è il mercatino. Impossibile.
Allora, all’improvviso, ho capito.
Ho fatto tutto il tragitto, fino alla sesta fermata. Non c'ero mai arrivato all'ultima fermata.
All'ultima fermata c'è il mare.
Sono sceso, a fatica, ho tolto la maglia e questi calzoni grigi e i mocassini neri rosicchiati dall'asfalto.
Ho affondato i piedi in questa sabbia catramosa che da bambino ho calpestato bianca come la polvere di borotalco, quando le mie gambe ramate e guizzanti erano molto diverse da questi stecchi diafani e contorti da vecchio.
Ho raggiunto la battigia e dopo pochi passi l'acqua è salita dalle ginocchia al bacino, e poi alle spalle, e poi al collo.
Mentre avanzo ti cerco nell'unico luogo senza alternative, perché il viaggio non può andare oltre la sesta fermata. Alla sesta fermata c'è il mare.
E niente altro.
E io devo almeno sapere come ti chiami, che in ottant'anni , il tuo nome, non l'ho mai saputo.
E a cosa sono serviti, allora, questi ottant'anni, se non posso neanche chiamare per nome i ricordi?
E mentre l'acqua allaga di silenzio il vuoto della tua assenza e i miei occhi si arrendono a questo orizzonte liquido e salato, aspetto, adagiato su questo giaciglio candido di sabbia, sotto questa coperta gonfia e fluttuante di posidonia.
Ti aspetto.
Perché lo so che sei scesa qui, dove ora scendo anch'io.
All'ultima fermata.
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