mercoledì 22 febbraio 2017

Gabbie

Rientriamo a casa sul far della sera. Pedaliamo sulla strada provinciale 66, la nostra route 66. Una stretta lingua d’asfalto che solca campi piatti e deserti, bruciati dal sole.Il mare dista ancora qualche chilometro, non lo si vede ancora, ma ne avvertiamo la presenza nell’aria immobile carica di sale. Il cielo scolora. Le alte scogliere a picco sul mare, che per tutto il giorno hanno sfavillato di bianco calcare, a sera indossano l’abito rosa del tramonto.  Non soffia un filo di vento. E’, semplicemente, estate.
Abbiamo passato il pomeriggio a recuperare i granchi dalle trappole che Anna ha preparato la mattina, usando come esca un pezzo di carne sanguinolenta sulla quale non ho voluto indagare troppo. Ora li sento agitarsi all’interno della busta di plastica che ciondola appesa al manubrio. Ci serviranno per la pesca alle orate.
Anna è brava, a costruire le nasse. Molto più brava di me, che pure gli sono stato maestro. Sceglie il giunco migliore, giù al fiume e lo intreccia come fosse un tappeto. Non so bene come faccia. Saranno le dita sottili, sarà l’impegno che mette in ogni cosa che fa; resistono al mare per anni, molto più di quelle costruite dai pescatori più esperti.
Ora, all’imbrunire, mi segue a qualche metro di distanza, stremata dalla fatica di 20 chilometri in sella alle biciclette. Ne è valsa la pena: è la scogliera migliore, quella di Mari Ermi, aveva detto. Aveva ragione, come sempre. Mentre pedalo, il sole è una palla ovale schiacciata contro il bordo dell’orizzonte. L’aria è gonfia dell’odore dolce che fanno le stoppie quando cala l’umido della sera. Il mondo profuma di erba estiva, asciutta, secca eppure straordinariamente intensa. Io già penso all’alba di domani, alla barca attraccata al molo, ad Anna che molla l’ormeggio mentre avvio il motore, alle ore che passeremo per mare.

Lascio che mi superi e mi sopravanzi di una decina di metri: ne approfitto per fissarne la figura esile che arranca sui pedali, aggrappata al manubrio, concentrata nello sforzo che richiedono gli ultimi metri di salita. Mi incantano le luci che ha fissato sul telaio, sulla staffa della sella, tra i raggi delle ruote. Decine di luci intermittenti bianche, rosse, blu, utili per segnalare la presenza di un ciclista al buio. Mi chiedo a che servano: non passa mai nessuno, qui. Sembri un disco volante, amore mio, anzi no, un albero di natale, manca solo la stella. Il pendio è terminato; sotto di noi, d’improvviso, si apre il golfo. In quell’istante Anna si gira, e mi sorride, muta. Ce l’abbiamo fatta, vuol dire. Siamo a casa. 

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Accosta la barca al pontile. Si attarda sulle cime d'ormeggio, prima a poppa, poi a prua, assicurando l'imbarcazione al molo con mo...