venerdì 31 marzo 2017

Il vecchio e il giovane




Poggia il bicchiere di vino sul tavolo.Conta i rebbi della forchetta una, due, tre volte. Compie la stessa operazione con le spine del pesce che ha appena finito di mangiare. Con lo sguardo passa in rassegna la sala del ristorante nel quale ogni sera, da trent’anni a questa parte, cena in solitudine: quattro tavoli rimasti vuoti, venti tovaglioli piegati ordinatamente sulle tovaglie, diciannove sedie. Da qualche tempo si è sorpreso ad enumerare mentalmente qualsiasi cosa lo circondi: i cartelli stradali, le strisce pedonali, i paletti catarifrangenti piantati lungo le strade provinciali, le fotografie appese alle pareti di quel locale nascosto dietro la via del porto.Ha cominciato a farlo quando i ricordi hanno preso a sfumare e confondersi, quando i paesaggi del passato si sono ristretti intorno ad un solo dettaglio perdendo la visione d'insieme, come in un sogno. Così ora cataloga di ogni cosa, costringendo la realtà ad un dato numerico, oggettivo, per non perderne le tracce ed avere contezza del presente. Per convincersi di continuare ad esistere, mentre uno per volta, attorno a lui, le persone svaniscono.Chiude gli occhi per un istante. Forse si addormenta.
Quando li riapre al suo tavolo siede un ragazzo sul cui incarnato scuro, incorniciato da capelli crespi, spicca un sorriso allegro, cristallino. Lo riconosce immediatamente anche se è giovane come non dovrebbe essere, come non è possibile che sia, lui ha da poco passato i 74 anni e chi gli siede di fronte dovrebbe averne altrettanti, anzi due in più, questo lo ricorda perfettamente. Ma il vecchio da tempo ha smesso di stupirsi della illogicità delle cose del mondo, quindi gli viene facile rinunciare ad interrogarsi sulla realtà.Così, per la prima volta nella serata, rompe il silenzio che si era imposto: - Non mi aspettavo di vederti qui, dice.Il ragazzo ghigna: - lo immagino. - Che ci fai?- Sono venuto per te.- Per me?- Sì, per te. Perchè sei sempre solo? Non ti annoi?- No che non mi annoio. Qui mi conoscono tutti. Alcuni si avvicinano, mi chiedono una foto, altri un autografo. Faccio due chiacchere. Non sono solo.- Non prendermi in giro. Lo sai cosa intendo. La solitudine non c’entra un fico secco con la mancanza di compagnia. Tu sei solo anche in mezzo a mille. Non mi imbrogli.L’uomo anziano capisce che non ha senso opporsi: - hai ragione tu. Vuoi sapere perchè? Perchè non c’è posto per nessun altro, ecco il motivo. Il mio spazio è questo, ormai. Prima era più grande, lo sai, eravamo tanti, c’eri tu, c’erano tutti gli altri, tutta quella gente che si sciroppava centinaia di chilometri solo per passare un pomeriggio con noi, ti ricordi? Poi, uno per volta, avete cominciato a sparire. Che senso avrebbe, accettare nuova compagnia? Per perderla? Sai com’é? E’ come quando dai una festa, poi gli invitati cominciano ad andare via e tu resti solo in mezzo ai bicchieri vuoti, alle stoviglie sporche. Hai mai ascoltato il silenzio dopo la musica, dopo le risate? Quel silenzio insopportabile, assoluto, irrimediabile? E’ finita la festa, e non ce ne potrà essere un’altra. Così ora tengo la porta chiusa. Ho transennato lo spazio, lo tengo per me. Se impedisco a tutti di entrare, non ci potrà mai essere nessuno che se ne va. E’ semplice.- E’ perché ce ne siamo andati, è questo il motivo?L’uomo anziano non risponde. Giocherella col calice di vino, lo fa roteare, il liquido scuro vortica all’interno del vetro, forma un mulinello che scompare dopo pochi istanti di immobilità.-Hai visto? Chiede al ragazzo.-Che cosa?-Il mulinello che si è formato prima nel bicchiere. Guarda ora. E’ svanito senza lasciare traccia, come se non fosse mai esistito. Sarà il nostro stesso destino, no?Il giovane non risponde, si guarda intorno: si chiede cosa si provi a cenare ogni sera in mezzo alle fotografie della loro gioventù, come ci si senta a fissare dritto negli occhi il passato imprigionato in tutte quelle immagini inchiodate ai muri, a contemplare la giovinezza sbavata dall’inchiostro degli autografi sbiaditi nel tempo. Chissà come è strano ritrovare ogni volta i compagni perduti ritratti a cinque metri dal posto in cui siedi ogni giorno, così vicini eppure così irraggiungibili.Avrebbe tante cose da raccontare al vecchio amico immobile di fronte a lui ma pensa che troppe parole sarebbero inutili. Così dice soltanto: - anch’io ero solo, tu lo sai bene. Eppure non mi hai mai fatto mancare la tua compagnia. Che avrei fatto senza di te, me lo sai dire? Ancora non riesci ad immaginare perché ho scelto di venire a trovarti, stasera?- No, dimmelo tu.- Per lo stesso motivo per cui tu l’hai fatto con me: sono venuto perché quando due solitudini si incontrano, per un po’ possono riuscire ad essere qualcos'altro.L’uomo anziano tace. Guarda quel ragazzo che mai avrebbe sperato di poter rivedere così presto, e l’unica cosa sensata che gli viene in mente è:-Te la posso fare una domanda?-Certo.-Ti ricordi gli ultimi tempi? Dicevi sempre: il macaco non vede la sua coda. Che diavolo volevi dire? Che non ci accorgiamo di quello che abbiamo intorno? Che non possiamo afferrare quello che ci lasciamo alle spalle? Che a forza di stare in gabbia, non ci accorgiamo più delle sbarre che ci tengono rinchiusi? Oppure che abbiamo bisogno di qualcuno che ci stia vicino per mostrarci quello che non vediamo, qualcuno che ci guardi le spalle per indicarci ciò di cui, da soli, non possiamo renderci conto? E’ questo quello che volevi dirmi? Per questo sei venuto? Che volevi dire, eh, Claudio? Dimmelo.Claudio Olintho De Caravalho, detto Nenè, non risponde. Ride, e senza dire neppure una parola si alza e si avvia verso una fotografia appesa a pochi passi da loro.Un secondo prima di saltarci dentro e riprendere ad occupare il posto lasciato vuoto accanto ai suoi compagni in maglia bianca, il suo posto di sempre, il primo da sinistra, in piedi, si volta e dice soltanto: - Ciao, Gigi.L’anziano si scuote.I camerieri danzano tra le sedie vuote, terminando di rassettare la sala ormai deserta. Il silenzio è rotto soltanto dal fruscio dei mocassini sulla moquette, dal tintinnio delle stoviglie riposte nei cassetti, dal picchiettare dei tasti del registratore di cassa.Il proprietario del locale si accosta al tavolo dove l’uomo è ancora seduto, immobile.-Tutto a posto Gigi? Hai bisogno di qualcos’altro?- No Giacomo, va tutto bene, grazie.Il vecchio calciatore si alza, indossa la giacca, si avvia verso l’uscita. Poi si ferma.- Giacomo?- Si?- Ti va di fare quattro passi?- Certo, andiamo.Prima di uscire si volta verso la fotografia dalla quale Claudio e gli altri compagni di squadra lo osservano tutte le sere. Volti asciutti e braccia incrociate, strette sul petto. Eleganti e austeri, perfino in quella posa statica. Resiste per una volta alla tentazione di contarli, tanto lo sa benissimo quanti sono. Undici. Per sempre, undici.Stiracchia sul volto un sorriso faticoso. - Ciao, Claudio- mormora.Giacomo lo aspetta in strada. Fa freddo. Sollevano il bavero dei cappotti, ficcano una mano in fondo alla tasca. Con quella rimasta libera abbassano la serranda del locale e si avviano, a passi lenti, lungo i portici della via Roma.
Camminano in silenzio, senza dire neppure una parola, sotto la luce gialla dei lampioni.






















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