Oggi soffia un maestrale teso, impertinente. Avanziamo
sbilenchi, seguendo una lenta traiettoria a zig zag, rannicchiati sul manubrio
per offrire all’aria la minore resistenza possibile. E’ l’ultimo tratto di
salita, lo sappiamo: sulla destra, la superfice del lago salato, in secca,
risplende di un bianco accecante, piatta come un tavolo da biliardo. Ai lati
della strada asfaltata, il mondo è giallo. Su ogni cosa si posa come cipria la
terra farinosa di questi luoghi, una polvere sottile che il vento solleva in
nuvole leggere che poi restano sospese nell’aria come mongolfiere. Sembra non
aspetti altro che spiccare il volo, la terra ambiziosa del Sinis. Il paesaggio,
qui intorno, cambia continuamente: i venti spostano le dune da un luogo
all’altro, cosicchè, da una stagione all’altra tutto è nuovo, differente. Allo
stesso modo i nostri vecchi gareggiano
in poesia al bar del paese o alla festa grande di settembre: imitando il mondo, improvvisano versi con
facilità: il fiato è vento che sposta granelli di parole da un versante
all’altro di una frase. La stessa storia , ogni volta è una nuova storia. Nell’aria
tutto intorno il silenzio è rotto solo dal latrare feroce dei cani di guardia
all’ovile. Sono così concentrato sulle pedalate che non mi accorgo che corrono
verso di noi, probabilmente aizzati all’inseguimento dal nostro avanzare deciso
sulle biciclette. Sto tranquillo, perché il cancello li tiene lontani dalla
nostra strada. Quando mi accorgo che il cancello è aperto faccio appena in
tempo a gridare: pedala, pedala, pedala! Precedo Annina di qualche metro, per
questo mi accorgo prima di lei che i cani, seguendo un sentiero che incrocia la
carreggiata, ci taglieranno la strada. Pedaliamo veloci, disperati, ma i cani ci
sono addosso, due ai lati, il terzo alle spalle. Penso: puntano alle gambe, ci
morderanno per farci cadere, finiranno il lavoro quando saremo a terra. Con
la coda dell’occhio noto le zanne bianche tra le fauci spalancate, la bava che
cola dalle bocche aperte, i latrare furioso mi perfora i timpani. Anna non ce
la fa più. I cani ci sono addosso. Allora molla i pedali, allarga i piedi come
fossero ali e fa una cosa che ricorderò finchè campo: urla. Urla Anna, più forte
di quel latrare feroce. Urla una cosa strana che suona più o meno così:
Mamarua. Forte. Tre volte: Mamarua! Mamarua! Mamarua! Funziona! I Cani si
fermano, impietriti. Pedaliamo ancora per qualche metro, quindi ci fermiamo
sulla sommità del crinale: il mare alle spalle, le prime case poco lontane, i
cani immobili a venti metri da noi e dietro ancora la lunga discesa che porta
agli stagni. – Ma, come hai fatto?-. Non lo so, mi dice: una volta ho letto che
bisogna urlare forte, più forte del loro abbaiare furioso-. Sorride, Anna, i capelli corti incollati alla
fronte dal sudore, il fiato ancora un poco alterato. Rimonta in bici. - Andiamo,
siamo quasi arrivati. Spìcciati, che il sole è tramontato. Non mi
piace baciarti al buio, dice-.
venerdì 24 febbraio 2017
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