venerdì 24 febbraio 2017

I cani


Oggi soffia un maestrale teso, impertinente. Avanziamo sbilenchi, seguendo una lenta traiettoria a zig zag, rannicchiati sul manubrio per offrire all’aria la minore resistenza possibile. E’ l’ultimo tratto di salita, lo sappiamo: sulla destra, la superfice del lago salato, in secca, risplende di un bianco accecante, piatta come un tavolo da biliardo. Ai lati della strada asfaltata, il mondo è giallo. Su ogni cosa si posa come cipria la terra farinosa di questi luoghi, una polvere sottile che il vento solleva in nuvole leggere che poi restano sospese nell’aria come mongolfiere. Sembra non aspetti altro che spiccare il volo, la terra ambiziosa del Sinis. Il paesaggio, qui intorno, cambia continuamente: i venti spostano le dune da un luogo all’altro, cosicchè, da una stagione all’altra tutto è nuovo, differente. Allo stesso  modo i nostri vecchi gareggiano in poesia al bar del paese o alla festa grande di settembre:  imitando il mondo, improvvisano versi con facilità: il fiato è vento che sposta granelli di parole da un versante all’altro di una frase. La stessa storia , ogni volta è una nuova storia. Nell’aria tutto intorno il silenzio è rotto solo dal latrare feroce dei cani di guardia all’ovile. Sono così concentrato sulle pedalate che non mi accorgo che corrono verso di noi, probabilmente aizzati all’inseguimento dal nostro avanzare deciso sulle biciclette. Sto tranquillo, perché il cancello li tiene lontani dalla nostra strada. Quando mi accorgo che il cancello è aperto faccio appena in tempo a gridare: pedala, pedala, pedala! Precedo Annina di qualche metro, per questo mi accorgo prima di lei che i cani, seguendo un sentiero che incrocia la carreggiata, ci taglieranno la strada. Pedaliamo veloci, disperati, ma i cani ci sono addosso, due ai lati, il terzo alle spalle. Penso: puntano alle gambe, ci morderanno per farci cadere, finiranno il lavoro quando saremo a terra. Con la coda dell’occhio noto le zanne bianche tra le fauci spalancate, la bava che cola dalle bocche aperte, i latrare furioso mi perfora i timpani. Anna non ce la fa più. I cani ci sono addosso. Allora molla i pedali, allarga i piedi come fossero ali e fa una cosa che ricorderò finchè campo: urla. Urla Anna, più forte di quel latrare feroce. Urla una cosa strana che suona più o meno così: Mamarua. Forte. Tre volte: Mamarua! Mamarua! Mamarua! Funziona! I Cani si fermano, impietriti. Pedaliamo ancora per qualche metro, quindi ci fermiamo sulla sommità del crinale: il mare alle spalle, le prime case poco lontane, i cani immobili a venti metri da noi e dietro ancora la lunga discesa che porta agli stagni. – Ma, come hai fatto?-. Non lo so, mi dice: una volta ho letto che bisogna urlare forte, più forte del loro abbaiare furioso-. Sorride, Anna, i capelli corti incollati alla fronte dal sudore, il fiato ancora un poco alterato. Rimonta in bici. - Andiamo, siamo quasi arrivati. Spìcciati, che il sole è tramontato. Non mi piace baciarti al buio, dice-.

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