Tu.
Il tavolo.
Io.
Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho capito nel momento stesso in cui sono entrato in casa.
Da come mi hai aperto la porta.
E fatto entrare.
Sono uscito dall'ufficio che era già buio. Ho respirato, riemergendo dalla bolla d'aria anestetizzante dove lavoro.
Dove ci allevano come pesci nell'acquario. Buoni. Ubbidienti. Controllabili. Programmati. Muti.
Il kaos della citta' ha lavato via dalle orecchie il sudiciume accumulato in otto ore di stronzate. E in due ore di riunione settimanale. La riunione settimanale si chiama "breafing", nella lingua dei pesci ammaestrati.
Riassunto del breafing:" Fuori budget. Non vendete. Margine d'intermediazione. Profitto. Cominciamo male. Scostamento. Target. Pricing."
Traduzione del breafing:
Avevamo imbrogliato troppa poca gente.
Imperdonabile. Il Mercato è spietato.
Sono uscito dall'ufficio che era già buio. Ho respirato, riemergendo dalla bolla d'aria anestetizzante dove lavoro.
Il traffico e' isterico. Ma i semafori hanno la costanza scientifica del tempo uguale per tutti.
Onde metallico-metallizate s'infrangono contro scogliere di luci rosse.
Mi lascio trasportare.
Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho capito nel momento stesso in cui ho notato la stoffa tesa della tua maglietta, deformata dall'ansimare lento sopra il seno morbido.
Ho intuito nella penombra i capezzoli induriti sotto un micromillimetro di cotone azzurro.
Pelle su pelle.
Eri rossa in viso e non te ne sei accorta.
Hai sorriso appena, quasi per caso. Gli occhi seri, come per sfida.
E non te ne sei accorta.
Il corridoio e' buio, ma veloce.
La luce, pallida e lontana, in fondo ad un pozzo orizzontale di mattonelle.
La luce, è una luce di cucina.
Colori pastello annegati nel vapore.
C'è la pentola sul fuoco.
Ci sei tu.
Distesa, affannata, inarcata; ansimi. Bianca e perfetta.
C'e' il tavolo.
Legno e formica, azzurro, gambe di acciaio cromato, lasci le impronte se lo sfiori.
Ci sono io.
In piedi, affianco a te distesa, vicino alla tua bocca.
Ho gli occhi chiusi. Ma ogni tanto guardo.
Mi ha chiamato il ResponsabileDiMercato, dopo la riunione.
"deiana ( per cognome, minuscolo ), tu resti. Ti devo parlare".
Io sono restato.
Lui mi ha…”parlato”, diciamo.
Riassunto del discorso: " Target. Scostamento. Budget. Perché non vendi. Devi essere convincente. Perché non sorridi. Si capisce anche al telefono se uno sorride. Propositivo. Proattivo ( proprio così ha detto, proattivo). Ricavi. Profitto. Margine. Premioaziendale. Timing. Screaning. Pricing. Selling."
Non faceva domande. Perché non gli interessano le risposte. Il Mercato non ammette dubbi.
Ci sei tu.
C'e' il tavolo.
Ci sono io.
In piedi. Ho gli occhi chiusi ma ogni tanto guardo.
Non hai niente addosso, a parte le mutandine.
Quelle nere, lisce.
Mi piace lasciartele e scostare piano l'elastico fine. Alla fine.
Io ho il maglione.
Quello rosso senza collo. Quello che puzza di fumo e birra nera. E di serate evaporate come spuma.
Non ho scarpe.
Non ho calze.
Non ho calzoni.
Non ho mutande.
Affondo piano nella tua bocca.
Mi piace guardare la tua carne bianca curvarsi sotto la pressione leggera delle mia dita.
Lascio dei segni rossi come le sposto, tracce che restano per un po’ e poi basta, assorbite dal tempo e poi basta.
Come sarà di questa sera, di noi in questa stanza, dei muri da imbiancare, dell'affitto da pagare, del tempo e tutto il resto.
Il ResponsabileDiMercato non ha fatto domande neanche quando mi sono alzato e ho fatto tre volte il giro della scrivania, con lui in mezzo. Però ha smesso di parlare. Forse cercava di ricordare quale capitolo del manuale di Tecnichedicomunicazionecommercialenonverbale avrebbe potuto spiegare il mio comportamento. Forse cercava di ricordare qualche risposta già pronta predisposta preconfezionata da riscaldare e servire. Il Mercato non improvvisa.
La luce era piatta. Il ronzio del monitor una mosca lontana, morente al sole di Novembre.
Ho smesso di girare in tondo.
Mi piace guardare la tua carne bianca curvarsi sotto la pressione leggera delle mia dita.
Ti strappo un gemito stringendo pollice e indice sul capezzolo duro e scuro come un sasso.
Allenti per un attimo la stretta delle labbra intorno a me, ne approfitti per respirare. Forte.
Muovo la mano piano, dal seno alle costole.
Ti sfioro.
Devo stringere gli occhi e concentrarmi.
Respiro forte col naso; l'ossigeno placa i brividi che cominciavano a risalire le caviglie, verso le gambe.
Respiro.
Anche il ReponsabileDiMercato respira. Strano. L'ho guardato, strozzato da una cravatta inutile, un sorriso pubblicitario e un cervello al neon. L'ho immaginato ai corsi di marketing manager, di budgeting, di targeting, di financial banking. Attento. Scrupoloso. Concentrato. Attivo. Anzi, no, proattivo.
Mi sono alzato e ho preso il giubbotto.
Mi ha lanciato un "dove vai ora, deiana ( per cognome, minuscolo )".
"Un secondo e torno", gli ho detto.
Respiro.
Tutto e' annacquato ormai.
Ritmato e rallentato come onda lunga di marea.
Il traffico e' un bisbiglio fuori dai vetri, chiusi sulla pentola che bolle e noi che amiamo.
La tua mano sinistra abbandona il mio sesso alla tua bocca.
La tua mano destra si arrampica su per la pancia fino al petto, zampette umide di lucertola; mi sfiora i capezzoli e ridiscende per un fianco verso la schiena.
Mi spinge piano ancora più a fondo.
Sfiori con le labbra i peli corti e ricci in fondo alla mia pancia.
Gemi più forte appena oltrepasso il confine morbido del monte di venere; sopra la stoffa nera muovo il palmo della mano con un lento, ostinato movimento circolare. La spingo oltre, in mezzo alle cosce, che cedono arrendevoli, ormai.
L'elastico si scosta docile e tranquillo, i tuoi peli castani e corti mi spuntano tra le dita come erba di prato. Ti sfioro ed e' come se ti pugnalassi. Ti aggrappi al mio sesso con gli occhi serrati, inarcata perché le mie dita trovino facilmente la strada dentro di te. Scivolano liquide come acqua di fiume sui sassi, affondano profonde come lame di carne.
I tuoi gemiti sono lamenti spezzati; riesco appena ad intuire un sussurro, strappato al respiro strozzato e soffiato tra i denti stretti.
Il calore sale ora dai piedi, veloce, con brividi che stracciano a folate le vene dalla pancia verso le gambe, le caviglie, i piedi. Non lo fermo. Non lo fermi.
Sfiniamo.
Aggrappati al tavolo come ad una zattera, abbracciati come naufraghi.
Un rivolo di sperma ti cola da un angolo della bocca socchiusa, verso il collo.
Chiudo gli occhi.
Un rivolo di sangue cola dal collo del ResponsabileDiMercato, tra le forbici conficcate e la camicia di seta fresca croccante stirata. Mi sono messo il giubbotto e sono tornato indietro. Gliel'avevo promesso. Non ha parlato. Non si e' chiesto niente. Non ha fatto in tempo. Il mercato e' imprevedibile.
Sono uscito dall'ufficio che era già buio. Ho respirato, riemergendo dalla bolla d'aria anestetizzante dove lavoro.
Dove ci allevano come pesci nell'acquario. Buoni. Ubbidienti. Controllabili. Programmati. Muti.
Il traffico e' isterico. Ma i semafori hanno la costanza scientifica del tempo uguale per tutti.
Onde metallico-metallizate s'infrangono contro scogliere di luci rosse.
Mi lascio trasportare.
Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho saputo appena ti ho vista, oggi.
Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho saputo appena l'ho visto, oggi.
Chiudo gli occhi.
Fuori dalla finestra di cucina il cielo e' freddo e scuro.
Non c'e' vento.
Piove.
Nessun commento:
Posta un commento