Simone era l’unico tra noi che sapesse suonare qualcosa: una piccola armonica a bocca che vincemmo al tirassegno alla festa di San Salvatore, qualche anno fa. Ci restammo un po’ male quando capimmo che quella piccola scatoletta cromata era il premio che la sorte ci aveva riservato. Simone invece non disse nulla, la mise in tasca e non se ne separò più. Un mese dopo già suonava le canzoni della pubblicità, poi passò ai 45 giri di Sanremo che sua madre conservava in salotto, per finire, sei mesi più tardi, a parlare di una cosa sola: il blue’s. Passavamo pomeriggi stesi sul divano del suo salotto, o seduti per terra, ad ascoltarlo suonare sopra i vinili che suo padre custodiva come fossero reliquie di santi. Fu allora che cominciammo a chiamarlo Radiolina: qualsiasi canzone ci venisse in mente di ascoltare, lui sapeva suonarla. Suonava perché gli piaceva, suonava perché gli riusciva bene, suonava per farci ridere e vederci ballare scomposti; ma sopra ogni altra cosa, suonava per un motivo: il motivo si chiamava Aurora.
Un giorno però, qualche anno più tardi, successe una cosa: Radiolina perse la Luce. Così diceva lui a chi gli chiedeva che fosse successo. - Eh, ho perso la Luce -, diceva. E, com’è naturale, restò al buio. E il buio era denso e imprigionava gli arti, immobilizzava braccia e gambe, perciò il ragazzo smise di camminare. Il buio era fitto, così tanto da rendere vano ogni tentativo di abituarsi all’oscurità, esperimento al quale rinunciò in partenza, a dire il vero: allora chiuse gli occhi, e non guardò più. Il buio era pesante, stringeva la gola in una morsa, legava la lingua, e tutte le volte che il ragazzo tentava di aprire la bocca l’oscurità irrompeva tra i denti, invadeva la trachea e lo affogava di silenzio, come fosse acqua: il ragazzo smise di parlare.
Accadde così, d’improvviso. Un minuto prima c’era luce. Un minuto dopo non più. Di quell’ultimo istante di mondo ricordava soltanto il colore dei petali viola della yacarandas in fiore e quello delle case affacciate sulla piazzetta: la casa di Anna Carnera, blu; la casa di Facciadicane, rosa; la casa di Cuccumeu, gialla; la casa di Fabrizietto, scrostata. Rammentava le grida di rondine che squarciavano l’aria: -chiesa, chiesa salva tutti!-, e poi il rosso sangue sulle ginocchia sbucciate di Mario, la maglia color senape di Corrado, quella con scritto al centro, in un carattere nero e pomposo: Arredamenti Caria, la canottiera arancione di Antonio, e poi gli occhi nocciola di Aurora, i capelli castani di Aurora, i denti bianchi di Aurora, le guance rosse di Aurora, i fiorellini azzurri sul vestito di Aurora, le calze rosa di Aurora, le scarpe nere lucide di Aurora. E la sua voce: dai suona Radiolina, fallo per me. Com’è che fa quella canzone: oh when the Saints, go marchin in…suona Radiolina, suona.
Poi niente, il mondo si spense.
Il tempo passò. I capelli prima ingiallirono poi divennero candidi come neve. Non li perse mai. La pelle si accartocciò e divenne fragile come carta velina. Le vene pulsavano sotto quel velo di carne e si rompevano per un nonnulla, macchiavano di blu le braccia, per settimane, ma lui non lo sapeva, sentiva solo il dolore. La schiena si curvò, le ginocchia si piegarono, le mani cominciarono a tremare. In una parola, invecchiò. Per qualche strano motivò però, a poco a poco, la catena che gli stringeva le gambe allentò la morsa e ricominciò, piano, a muovere qualche passo, poi, a camminare. Tra tutte le destinazioni che avrebbe potuto raggiungere, scelse la piazza dello stagno. Negli ultimi anni lo sterrato che accoglieva i pescatori di rientro dalle notti passate per mare e sul quale, decenni fa, vendevano il pescato, era stato trasformato in una piazza moderna con il pavimento in granito, i lampioni e le panchine. Seppure tormentato dai nugoli di zanzare che infestavano l’aria, Radiolina non si muoveva da lì per ore.
Non avrebbe potuto fare altrimenti. Era il solo posto in cui gli pareva di poter rivedere la Luce che aveva perduto. Ci sono posti in cui il fantasma di ciò che è stato è così tangibile da nascondere la realtà sotto un velo di illusione. Vediamo ciò che amiamo ovunque, anche quando l’abbiamo perso, non ci si può fare nulla. Questo sapeva. E ricordava pure come quel luogo riuscisse a conservare i colori fino a dopo il tramonto, oltre il crepuscolo e nonostante il buio, quasi che la luce, una volta entrata dal collo stretto della valle, seguisse il corso del fiume e non riuscisse più a scappar via, restando imbottigliata nelle facciate delle case, nelle foglie degli alberi, nelle pietre del selciato. Sedeva sopra la stessa panchina, quasi ogni giorno, finché sentiva arrivare la notte dal fresco sulle guance e dall’odore di sale che arrivava dal mare.
-Chiesa!. Chiesa salva tutti!-.
Un giorno uguale agli altri, nuove grida di rondine lo destarono all’improvviso dal sonno che lo aveva sorpreso a tradimento sulla solita panchina. Sentiva bambini urlare nella piazza e nell’aria l’odore del mare, anche se la notte era lontana. Gli sembrò strano. Avvertì una presenza accanto a lui e gli parve di riconoscerne l’odore ma siccome non poteva parlare non disse nulla. Nemmeno poteva muovere le braccia, quindi restò così com’era, impalato. Poi, all’improvviso sentì una mano posarsi sulla sua, una mano uguale, una mano vecchia. Girò piano la testa e provò ad aprire gli occhi. Allora rivide la Luce ed era esattamente come la ricordava: gli occhi nocciola di Aurora, i denti bianchi di Aurora, le guance rosse di Aurora, i fiorellini azzurri sul vestito di Aurora; solo i capelli avevano cambiato colore ma erano uguali ai suoi, e sorrise. Sentì che avrebbe potuto parlare ma preferì tacere. Che avrebbe potuto dire, in fondo? Sentiva i bambini chiamare la nonna, li vide sfrecciare nel bianco sole del pomeriggio, rondini veloci sulla quinta di facciate pastello. Fu solo un lampo, poi lei parlò: -hai visto che bel colore, questi fiori?-. Com’è che faceva quella canzone, eh, Radiolina. La suoni per me?
Non rispose. Solo chiusero gli occhi e insieme si addormentarono, sotto una nevicata viola.
Suona Radiolina, suona…
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