mercoledì 8 marzo 2017

Di donne che non hanno bisogno di uomini

A marzo Cannestorte è colorato. C’è il verde dell’erba, il rosso delle succulente, il giallo delle ciucciose che sanno di limone, il bianco dell’asfodelo, il mare viola del rosmarino e della borragine. Il resto dell’anno è grigio di terra e polvere ma a marzo no, Cannestorte è un arcobaleno, è un sogno in bianco e nero che svanisce un mattino di maggio, quando l’estate si sveglia di soprassalto nel cuore della primavera.
Blu mi passa a prendere in bicicletta.  
–Ci vieni alla casa del drago?-, mi fa.
-Andiamo-. Non le chiedo neppure perché. Blu non concepisce il dubbio, Blu non tentenna, Blu non ha paura. Blu decide, poi fa. Ci andrebbe comunque, anche senza di me e questa consapevolezza inaspettatamente mi angoscia. Non perché pensi che non sappia cavarsela da sola. Non ha bisogno di nessuno, Blu. E’ il fatto di saperla lontana, di non poter avere l’occasione di sentirle dire –guarda lì, hai visto?-, ecco, è questo che mi fa paura. Non poter condividere la sua visione del mondo, non poter volgere lo sguardo verso qualcosa che ignoravo fino a quel momento, prima che me lo mostrasse. Blu vede cose, sempre, che io non vedo, mai.
Saltiamo sulle bici, io su Ferragliosa, lei su Megliosola e partiamo. Passiamo accanto alla spiaggia delle alghe che odora di sale ed erba bagnata, poi la strada sterrata si fa salita leggera e si inerpica sul promontorio. Sotto di noi lo strapiombo della scogliera, al largo l’Isola del Vento Cattivo e gli scogli puntuti come denti di squalo che nei giorni del VentoLupo mordono legni e scafi di ogni fattezza e materiale e sempre li sbranano. Il Capo Grande si allunga sul mare e lo sfiora con la dolcezza di una carezza furtiva: mentre la scogliera che costeggiamo è aspra e irta di rocce acuminate, il Capo è una collina che si abbandona dolcemente all’acqua, senza litigarci: oggi è verde di grano giovane, rossa di papaveri e sulla.
La casa del drago è una vecchia cava di pietra, abbandonata da decenni, sulla sommità del promontorio. E’ un grande fossato a pianta quadrata, con le pareti perfettamente perpendicolari rispetto al suolo: sembra una grande piscina svuotata dall'acqua, senza piastrelle, come se qualcuno avesse fatto spazio estraendo un enorme cubo di pietra dalla roccia. Sui fianchi ci sono ancora le ferite lasciate dai dischi d’acciaio che tagliavano la pietra in blocchi squadrati. Da piccolissimi, per non rischiare che ci avventurassimo da soli sul bordo della cava, raccontavano che fosse la casa del drago e che quei solchi paralleli fossero i segni della sua furia, unghiate distribuite a destra e a manca sulla pietra viva.
Oggi che i draghi non li temiamo più è diventata la nostra base segreta. Radiolina ci va a baciare Aurora, io e Cuccumeu a tirare di fionda e a guardare le fotografie di donne nude su un giornale rubato all’edicola. Blu mi ci porta a cacciare lucertole che usa come esca per le murene. La seguo. E’ lontana, forse a dieci passi da me quando sollevo una grossa pietra piatta sotto la quale mi è parso di vedere il guizzo di una coda. Quando la rovescio una biscia grossa un braccio mi si rivolta contro. Solleva la testa a cinquanta centimetri da terra, quasi fosse un cobra. Si prepara ad attaccare. Ci sono una decina di piccoli nascosti tra le sue spire, frammenti bianchi di gusci d’uovo dischiusi da poco sparsi tutto intorno. Le bisce mi terrorizzano. Un panico freddo mi attanaglia la nuca, vorrei gridare ma non riesco a farlo.
Blu mi afferra per il collo della maglietta, mi costringe ad arretrare di cinque metri. Quasi mi trascina, perché le gambe non rispondono.
Si piazza davanti a me, fissa il rettile per qualche istante. Mi aspetto che da un momento all’altro lo abbatta con il bastone che sempre si trascina dietro.
Non lo fa. Il serpente si acquieta, abbassa il capo poggiandolo sul corpo arrotolato, finalmente calmo.
-Perché non l’hai uccisa?-, le chiedo mentre rientriamo a casa, veloci sulla strada in discesa.
-Zitto! Ora c’è la collinetta, preparati a saltare- .
Le bici acquistano velocità, arriviamo sul montarozzo di terra che ci fa da trampolino, spicchiamo il salto.
Restiamo sospesi nell’aria per un tempo che sembra infinito, farfalle in controluce su un cielo rossiccio, in volo sopra i campi fioriti della  primavera di Cannestorte.
I capelli di Blu sono stelle filanti, posidonia che danza con l'onda sul fondo del mare.






lunedì 6 marzo 2017

Di risate, pioggia e monete.

Sopra un altipiano, nella Turchia centrale.
Lo scooter avanza sbilenco sferzato da violente frustate di vento.
Siamo passati dal sole della pianura a questa pioggia improvvisa che punge la pelle del viso e delle mani con spilli di ghiaccio.
Ridiamo come matti, come se dal cielo piovesse un tesoro.
Le risate fanno rumore di monete d'oro che cadono sull'asfalto, rimbalzano e rotolano via, trascinate dal vento.
Saranno ancora lì, da qualche parte, oppure saranno svanite senza lasciare traccia, come le traiettorie delle mongolfiere.
Lune piene contro il cielo chiaro. Tutte quelle risa.





venerdì 24 febbraio 2017

Per dare retta a voi



Per dare retta a voi siamo sbarcati dalle nuvole, siamo colati giù dal cielo attraverso gli strappi del vento.
Siamo scivolati a valle come l’acqua dei torrenti, abbiamo scavalcato i muri delle tanche come i cinghiali di notte, siamo ruzzolati rapidi come i ciottoli del fiume.
Per darvi retta siamo salpati dalle nostre isole d’erba su caravelle di cuoio, cucite con chiodi sottili di mani e di unghie in trame fitte di maledizioni e sospiri, al barlume tremolante di lanterne d’occhi palpitanti di preghiera.
Ci siamo alzati dalle nostre sedie di roccia, dai nostri letti di quercia, dalle nostre vasche d’ombra.
Ci siamo svegliati dai nostri sogni silenziosi.
Non pareva lontana, la pianura, da questa scheggia di sasso conficcata nel bosco, non sembrava distante la terra piatta della valle, da questa foglia di pietra appesa a questo ramo di cielo.
Pareva vicina come nelle giornate limpidissime trasparenti spazzate dal vento del nord, quando sembrava fosse sufficiente stendere il braccio per attraversare la vallata e toccare con la mano l’altro versante dei monti, o allungare le gambe per bagnare i piedi nel mare accecante d’occidente.
Siamo partiti prima in pochi, poi in tanti, in fila dietro alle vostre promesse, e il vento delle vostre parole vuote ha gonfiato le vele della nostra ingenuità.
Noi non lo conoscevamo, il vostro mare d’inganni, noi non eravamo fatti per navigare sorrisi fasulli, per scandagliare i fondali melmosi della menzogna, per aggirare scogli insidiosi d’inchiostro, per galleggiare sugli abissi di parole non dette. E siamo affondati.
Noi non avevamo occhi se non per sorvegliare le greggi lungo il sentiero, orecchie per ascoltare l’allarme dei cani pastore, voci per cantare a tenore alla festa grande della mietitura. Il fiato non ci mancava, nossignore, per scalare l’altipiano d’estate, o per scivolare in pianura d’inverno, per soffiare musica dalla canna di giunco, per sbudellare la terra affondando l’aratro spietato come la lama dell’assassino, più sudati dell’asino che tira la corda, con le braccia più gonfie del fiume dopo la pioggia d’autunno, le mani più strette delle pinze del fabbro sullo zoccolo del cavallo.
Le vedi queste dite annodate attorno a queste mani di sughero? Queste erano mani più veloci degli occhi e del cervello, e sfidarci alla morra era tempo sprecato. Queste erano mani pietose sullo sguardo degli agnelli nati col percorso segnato come la pioggia che precipita sul letto del torrente, premurose nel far nascere e morire, nel dare e togliere la vita, senza dolore.
Queste erano mani spietate nel vendicare l’offesa, accurate nell’innestare un figliastro germoglio sulla pianta matrigna, prodigiose nel modellare il latte in forme rotonde di sale, generose nello spillare allegria dal fondo delle botti.
La notte non ci ha mai fatto paura, anche se immensa quanto l’orizzonte che avevamo di fronte, anche se più buia dei ricordi che non tornano più, o più ripida di una sbornia, o irrimediabile quanto un amore tradito. Non ci ha mai fatto paura, la notte, perché abbiamo sempre saputo da cosa difenderci, e cosa temere, e come combattere. Lo sai quando hai paura? Certo che lo sai. Hai paura quando non sai quello che ti aspetta, quando discendi lento gradini umidi di pietra e muschio che portano all’abisso scuro della cantina, chiedendoti cosa ci sia dietro l’angolo buio alla fine della scala sprofondata nel nulla dell’incubo, dove da bambino con una scusa bugiarda ti spedivano i grandi, un po’ per gioco un po’ per sfida di uomo, e un po’ per accertarsi che non fossi migliore di loro.
E se da bambini combattevamo il buio con le canzoni, da grandi abbiamo fatto lo stesso; e con la notte abbiamo fatto la guerra a scoppi di vino, e col fuoco in mezzo ad un cerchio di facce, e con i respiri nebbiosi a mischiarsi col fumo di fiamma che estorce lacrime agli occhi prigionieri dell’orgoglio e secca la gola, ma fa del formaggio un torrone e del caglio un confetto.
Ora si che ci fa paura, il buio, e non perché non abbiamo canzoni da cantare o il fuoco da stringere al cuore ed il vino da ridere, ma perché non sappiamo, alla fine degli scalini ripidi della notte, di che colore sarà il giorno domani. Domani, per noi, è l’angolo buio della cantina.
Ma voi ci avevate assicurato che non c’era nulla da temere, e noi allora siamo partiti, prima in pochi, poi in tanti, in fila dietro alle vostre promesse e il vento delle vostre parole vuote ha gonfiato le vele del nostro coraggio.
Così abbiamo abbandonato la carne agli artigli del falco, e gli occhi al becco del corvo, il grano al forno del sole e alla macina delle suole, i sentieri alle unghie dei rovi, il muschio delle rocce alle bocche affamate delle bestie.
Il custode senza controllo diventa aguzzino, ma questo voi lo sapete, vero? Il cane libero dalla catena ha affondato i denti nella carne del padrone, e i fiocchi di lana delle pecore morte hanno farcito il cielo come la neve leggera di dicembre.
Gli alberi d’olivo trascurati dalle cesoie sono diventati bastioni altissimi e fortezze inespugnabili, i frutti grotte di larve e covi di mosche, l’oliva ha evaporato l’acqua e avvizzito la polpa intorno al seme carbonizzato di rughe.
I maiali hanno urlato a lungo alla notte la loro fame e la nostra indifferenza, si sono nutriti della nostra ingratitudine, hanno triturato le catene della sete con le mascelle robuste dell’impotenza.
I cinghiali hanno abbattuto i muri di pietra delle vigne con la furia inesorabile dell’onda di piena del torrente, si sono saziati della nostra assenza, si sono dissetati alla cantina della nostra allegria senza lasciarci neanche l’ultima goccia d’oblio.
Ma voi ci avevate assicurato che non c’era nulla da temere, e noi allora siamo partiti, prima in pochi, poi in tanti, in fila dietro alle vostre promesse e il vento delle vostre parole vuote ha gonfiato le vele della nostra povertà.
E quando non abbiamo avuto più niente allora i vostri sarti ci hanno spogliato degli abiti e rivestito di involucri, i vostri maestri hanno interrogato e promosso il suono delle parole tutte uguali e bastonato e bocciato gli accenti, i vostri cuochi hanno cotto senza compagnia cibi che non erano di nessuno fatti per chiunque.
L’identità negata l’avete chiamata uguaglianza. Il passato sepolto l’avete chiamato civiltà. Il futuro che ci avete venduto l’avete chiamato progresso. Questi rumori e questi odori e questo fumo li chiamate tecnica. Come lo chiamate dove non cresce più niente? Noi lo chiamiamo abbandono, noi lo chiamiamo disacattu, noi lo chiamiamo morte.
Per dare retta a  voi abbiamo ci siamo ammanettati a guanti di pelle e stretto il capo in morse di elmetti, velato gli occhi di lacrime chimiche, incatenato i piedi a ceppi di cuoio chiodato.
Per dare retta a voi abbiamo confuso il giorno con la notte, barattato il sonno con la veglia, svenduto la voce delle madri e delle mogli per il suono di una campana, sezionato il corpo giovane di una giornata di sole con il bisturi affilato delle lancette di un orologio.
Con le parole che ci avete insegnato non chiamiamo i nostri figli, non innamoriamo le nostre donne, non preghiamo i nostri morti, non richiamiamo le nostre bestie; le vostre parole non conoscono il passo del bosco e il risveglio della luce e il ronfare sommesso del fiume. I gesti a cui ci avete ammaestrato sono tutti uguali, ripetuti uno dietro l’altro, per tutta la durata di questa agonia di giornata scandita dal rantolo metallico di questa maledetta sirena. Anche i nostri, di gesti, erano uguali, lo so quello che volete dire, ve la leggo in faccia l’arrogante supponenza della vostra scienza ignorante, ma noi abbiamo imparato a muoverci dal mondo, le stagioni il sole e le stelle ci hanno insegnato a danzare in cerchio, girando in tondo, e l’acqua il vento il fuoco e le bestie ci hanno insegnato a cantare; noi abbiamo imparato a saltare dalle capre, a mascherarci dal legno, a uccidere dall’aquila, a morire dalle foglie.
Quello che noi abbiamo fatto, prima di dare retta voi, è stato essere parte indistinguibile dal tutto.
Noi siamo stati filo d’erba nei campi, pioggia nell’acqua del lago, roccia nei monti, buio nella notte, silenzio nell’ombra, vino nell’uva, farina nel grano, germoglio nel ramo.
Voi avete tutto contro, perché pensate di essere differenti. E forti.
Ma non si può ballare in tondo girando dalla parte sbagliata, a voi questo la scienza non lo può insegnare, ma noi si, che avremmo potuto farlo, se aveste avuto orecchie fatte per capire il significato delle parole.
Per dare retta a voi, abbiamo ascoltato, ma ora voi ascoltate me.
Io lo so che vorreste sapere come mi chiamo, che vorreste sentire il mio nome.
Ma pronunciare il nome che voi mi avete dato, io non lo so fare; io l’ho dimenticato, il nome che mi avete dato, Signor Giudice, anzi non l’ho mai saputo.
Come dite?
Eja, per questo l’ ho ammazzato quel cane del capoturno. Per il mio nome.
Perché io ce l’ho un nome, da quando sono nato, ed è il nome che mi hanno dato i miei padri, e un nome è storia e un nome è memoria. Siete voi che dovete impararlo; in cambio vi lascio i numeri di matricola. Ma il mio nome, come lo voleva sentire quel cane, in italiano, io non lo so, io non ve lo dico.
Perché se quello che ci avete venduto è un mondo catena, ricordatevi, Giudici e Marescialli, che  voi sarete pure gli ingranaggi, ma noi, noi siamo i granelli di sabbia.
E ora ve lo posso anche dire, come mi chiamo.

Mi nanta Zuanninu Piras. De Ardaùle.
Fizzu de Remundu e de Paska Carta.






La confraternita del granchio

Il vento ci inchioda a terra da due giorni. Durerà a lungo. Quando soffia con furore di drago, il maestrale muove treni d’acqua che corrono rombando verso la costa per esplodere bianchi di schiuma all’impatto sugli scogli. Per tenere i granchi in vita finché il mare non ritornerà calmo li mettiamo in una bacinella dai bordi alti, insieme a due dita d’acqua di mare e qualche pietra raccattata dalla spiaggia che useranno per nascondersi e stare all’asciutto di tanto in tanto. Stacchiamo piccole patelle dalle rocce e gliele diamo in pasto insieme a piccoli pesci che la mareggiata ributta morti sulla spiaggia. Al terzo giorno ci raggiungono Aurora e Radiolina. Notano la bacinella e il suo contenuto. Anna spiega che non sono granchi, sono esche: il loro destino è quello di finire impalati su un amo che gli trapasserà la parte posteriore del carapace, tenendoli vivi per un paio d’ore sul fondo del mare. Le orate non gli resistono. Lo racconta con una luce sinistra negli occhi: Radiolina e Aurora impallidiscono. Anna sorride. Lo stesso sorriso di quando le chiedo dove prende le zampe che usa per attirare i granchi in trappola: - Anna, dove hai preso quelle zampe? E soprattutto, dov’è il resto dell’animale?-. Lei non dice nulla. Ad ogni suo sorriso corrisponde ad un gatto in meno nel vicinato. Liberateli, ci dicono. Che vi costa? Col passare dei giorni, bloccati a terra, trascorriamo il tempo ad osservare i nostri piccoli prigionieri. Loro smettono di rifugiarsi sotto le pietre ogni volta che ci affacciamo sulla bacinella per nutrirli o per cambiare l’acqua. Li battezziamo: Chiosaè  è il più barroso, sempre in prima fila, le grosse chele sollevate davanti agli occhi, come un marinaio pronto alla rissa. C’è AmandaLear, un ciuffo di peluria rossastra sulle zampe e sul carapace. E poi Megliosolo, che sta sempre in un angolino e  Lasciamistare che litiga sempre con Monamur. Il sesto giorno, come d’incanto, il vento si cheta. Decidiamo di uscire sul far della sera: la notte è il momento migliore per la pesca e per stare in silenzio, vicini, a respirare il mare. Al tramonto stiamo chini sulla bacinella, io e Anna, le teste affiancate, le braccia che si sfiorano. Comincio io: – Amo. Una parola difficile-. -Per l’uomo e per i pesci- finisce lei. E’ il nostro piccolo rito portafortuna, una stronzata che Gesuino ha scritto sul legno del molo. Guardiamo sul fondo del catino, osserviamo  i granchi che ci guardano, immobili. Senza dirci nulla prendiamo la bacinella e raggiungiamo la spiaggia. Io ed Anna pensiamo sempre le stesse cose nello stesso istante, ci succede sempre così. Le lenze sono pronte, assicurate alle boe di segnalazione. La barca è sul bagnasciuga, basterebbe una spinta per prendere il largo. La ignoriamo e rovesciamo la bacinella nel punto in cui le onde leggere si adagiano sulla sabbia: i granchi sono improvvisamente liberi, ma non si spostano di un centimetro. E’ normale, pensiamo: la felicità inattesa paralizza. D’improvviso, un’onda più grossa delle li trascina in mare. Scompaiono in un istante alla nostra vista, e nello stesso momento, di sicuro scordano noi e quegli strani giorni di prigionia, dimenticano i fianchi lisci della bacinella: in un istante, si dimenticano l’uno dell’altro. Succede sempre così: arriva sempre un istante a cancellare di colpo il passato. Io ed Anna ci guardiamo. Non abbiamo bisogno d’altro. La felicità non necessita di molto, si accontenta del tutto che per altri è niente. Un’altra onda, diversa da quella che avevamo appena visto ma ugualmente implacabile avrebbe spazzato via anche noi due, di lì a poco, disperdendoci nell’abisso del mondo ignari l’uno dell’altra. Ma quel giorno, ancora, non potevamo saperlo. Così ci guardiamo negli occhi per un istante e rientriamo, abbracciati stretti, verso casa. Li avvisi tu Aurora e Radiolina? Comincia a far buio. Ridiamo come matti, ugualmente. 

I cani


Oggi soffia un maestrale teso, impertinente. Avanziamo sbilenchi, seguendo una lenta traiettoria a zig zag, rannicchiati sul manubrio per offrire all’aria la minore resistenza possibile. E’ l’ultimo tratto di salita, lo sappiamo: sulla destra, la superfice del lago salato, in secca, risplende di un bianco accecante, piatta come un tavolo da biliardo. Ai lati della strada asfaltata, il mondo è giallo. Su ogni cosa si posa come cipria la terra farinosa di questi luoghi, una polvere sottile che il vento solleva in nuvole leggere che poi restano sospese nell’aria come mongolfiere. Sembra non aspetti altro che spiccare il volo, la terra ambiziosa del Sinis. Il paesaggio, qui intorno, cambia continuamente: i venti spostano le dune da un luogo all’altro, cosicchè, da una stagione all’altra tutto è nuovo, differente. Allo stesso  modo i nostri vecchi gareggiano in poesia al bar del paese o alla festa grande di settembre:  imitando il mondo, improvvisano versi con facilità: il fiato è vento che sposta granelli di parole da un versante all’altro di una frase. La stessa storia , ogni volta è una nuova storia. Nell’aria tutto intorno il silenzio è rotto solo dal latrare feroce dei cani di guardia all’ovile. Sono così concentrato sulle pedalate che non mi accorgo che corrono verso di noi, probabilmente aizzati all’inseguimento dal nostro avanzare deciso sulle biciclette. Sto tranquillo, perché il cancello li tiene lontani dalla nostra strada. Quando mi accorgo che il cancello è aperto faccio appena in tempo a gridare: pedala, pedala, pedala! Precedo Annina di qualche metro, per questo mi accorgo prima di lei che i cani, seguendo un sentiero che incrocia la carreggiata, ci taglieranno la strada. Pedaliamo veloci, disperati, ma i cani ci sono addosso, due ai lati, il terzo alle spalle. Penso: puntano alle gambe, ci morderanno per farci cadere, finiranno il lavoro quando saremo a terra. Con la coda dell’occhio noto le zanne bianche tra le fauci spalancate, la bava che cola dalle bocche aperte, i latrare furioso mi perfora i timpani. Anna non ce la fa più. I cani ci sono addosso. Allora molla i pedali, allarga i piedi come fossero ali e fa una cosa che ricorderò finchè campo: urla. Urla Anna, più forte di quel latrare feroce. Urla una cosa strana che suona più o meno così: Mamarua. Forte. Tre volte: Mamarua! Mamarua! Mamarua! Funziona! I Cani si fermano, impietriti. Pedaliamo ancora per qualche metro, quindi ci fermiamo sulla sommità del crinale: il mare alle spalle, le prime case poco lontane, i cani immobili a venti metri da noi e dietro ancora la lunga discesa che porta agli stagni. – Ma, come hai fatto?-. Non lo so, mi dice: una volta ho letto che bisogna urlare forte, più forte del loro abbaiare furioso-. Sorride, Anna, i capelli corti incollati alla fronte dal sudore, il fiato ancora un poco alterato. Rimonta in bici. - Andiamo, siamo quasi arrivati. Spìcciati, che il sole è tramontato. Non mi piace baciarti al buio, dice-.

La gabbianella


Ci guardiamo per tutto il tempo della festa di San Salvatore, senza dirci nulla. Sediamo sulle panchine in fondo alla piazza dello stagno, in gruppo, insieme agli altri. Ci sono tutti: Aurora, Simone, Francesco, Andrea, ma è come se non ci fosse nessuno, tranne noi due. Come se non ci fossero neppure le giostre, le luci forti dei dischi volanti che guizzano sulla superfice lucida della laguna, l’effetto elettronico dei laser posticci, la musica degli 883 sparata a tutto volume dall’autoscontro, come se non ci fosse nemmeno la ruota panoramica, che non avevamo mai visto, qua, nè l’odore dello zucchero filato che si mescola a quello dei muggini arrosto e delle anguille, e da’ la nausea. Perché, se non fosse nausea, cos’è questo languore che dalla bocca dello stomaco scivola fino alle gambe? Perché non riesco ad impedire alle mani di tormentarsi l’un l’altra come due rondini che giocano in volo? Allora mentre gli altri, in gruppo, si muovono verso il tirassegno, io ed Ale restiamo più indietro di dieci passi, e nel punto in cui la strada si biforca, prendiamo a destra, verso la foce. Accade così, senza che ce lo fossimo detti prima, senza che lo avessimo progettato in anticipo: semplicemente, nel medesimo istante, pensiamo la stessa cosa. Sarebbe stato sempre così tra me, Anna Pes detta Carnera e Ale, Facciadicane. Percorriamo il sentiero sterrato lungo il canale profondo che costeggia lo stagno grande, al riparo delle canne schierate fitte come esercito in marcia che ci nasconde alla vista del paese in festa. Di tanto in tanto un ponticello di legno scavalca il fosso e prosegue sospeso sulla laguna, sostenuto dai pali sghembi conficcati nel fango, a fungere da attracco: potremmo sederci lì, a farci tormentare dalle zanzare, guardando il mare accendersi e spegnersi sotto la luce del faro di Capo Grande. Invece proseguiamo, in silenzio, fino al capanno di legno dove la cooperativa custodisce le nasse. Ho un’urgenza nel petto che mi costringe a fermarmi e voltarmi, la schiena poggiata contro l’uscio di legno di quella baracca sghemba. E mentre, senza sapere esattamente che faccio, spingo la porta per entrare, Facciadicane mi abbraccia forte da dietro e mi spinge nel buio. Sarà questa vertigine che tutto confonde, sarà il fiato caldo delle sue labbra sulla nuca, sulle orecchie e sul collo, sarà la sua voce che ripete all’infinito amore mio, amore mio, amore mio, ecco, allora so che non dovrei, ma inarco la schiena e con  una mano costringo il suo bacino a schiacciarsi ancora più forte sulle mie natiche mentre la pressione del suo sesso mi precipita in un vuoto di tempo e di spazio. Infine mi volto, gli sfilo la maglia di dosso e mi libero della mia. Il contatto della sua pelle nuda è una frustata elettrica. E quando, nel buio pesto della capanna, avverte l’odore del mio seno morbido e tiepido, ci si tuffa a capofitto, come una gabbianella di mare sul luccichìo argenteo dei pesci nell’acqua azzurra. 

Il ponte


La vecchia strada che dal paese portava a valle era abbandonata da più di trent’anni. La natura se l’era ripresa a poco a poco e Nino l’amava proprio per questo. Non dimostrava la sua età, il vecchio pescatore: i capelli folti, il volto squadrato, abbronzato come il collo taurino, le braccia vigorose, irrobustite dall’andare per mare, a remi, dal calare e dal salpare le reti, dal lavoro nei campi, quando il tempo metteva al brutto e il mare si faceva lupo e il vento sciacallo. Solo le gambe a volte incerte tradivano la fatica di una vita spesa faccia al maestrale. Era basso, ma la solidità con cui stava al mondo dava l'idea di un nuraghe.

La strada era sempre deserta, per questo Nino si stupì quando notò l’uomo elegantissimo poggiato al parapetto del vecchio ponte sul fiume.

Gli si accostò. I polsini della camicia bianchissima spuntavano dalla giacca di un completo blu, impeccabile. Osservò le mani del giovane, candide, quasi trasparenti, sul cui dorso, come fuoco nella notte, spiccavano due graffi sottili e non poté fare a meno di paragonarle alle sue, che sembravano scarpe di cuoio vecchio.

- Isperdio vi siete? -, domandò, con l’italiano stentato che riservava ai forestieri. Il giovane tacque, osservando i pennacchi di fumo che si levavano qui e là nella vallata. - E’ tempo di potatura: i rami vecchi li bruciamo subito a sennò le piante si malàdiano; se ne accorgono, se non le curi e a dispetto danno olive siccagne.

L’uomo si scosse: - che ore sono?-, chiese.

- Eh boh, io mi regolo con la luce del giorno. Credo che è quasi mesudie -.

- Ho fatto un casino - sbottò il giovane; - gli asset erano tutti sbagliati, non ho tenuto conto dell’outlook sui titoli, ho sbagliato il pricing sui future e ho perso milioni di euro. I clienti si sono insospettiti; ho truccato i rendiconti e per coprire le perdite, ho sottratto i soldi da altri depositi, all’insaputa dei titolari. Sono fottuto -. Mentre parlava si tormentava le mani, che ogni tanto aspergeva di un liquido che a Nino parve disinfettante, dall’odore.

Il vecchio continuò: - dal mese prossimo cominciamo ad arare le vigne, poi decespugliamo che altrimenti il fuoco si mangia tutto. Vieni, Cuccumeu, è quasi ora di pranzo -.

Il giovane fu colpito dalla frustata del suo vecchio soprannome. Nessuno lo chiamava così da secoli. Nino lo aveva riconosciuto, nonostante tutto.

Allontanandosi dal parapetto, il vecchio spinse oltre il bordo una grossa pietra che vi era stata poggiata sopra: cadde nel lago con un tonfo, portandosi dietro la corda alla quale era stata legata.

A Nino ricordò una stella filante, al giovane un grafico. I due restarono a guardare i cerchi che si irradiavano sulla superficie dell’acqua, finché non scomparvero. Si lasciarono il ponte alle spalle e si incamminarono, in salita, verso il paese.

Non c'è posto.

Accosta la barca al pontile. Si attarda sulle cime d'ormeggio, prima a poppa, poi a prua, assicurando l'imbarcazione al molo con mo...