giovedì 23 febbraio 2017

Frammenti



Tu.
Il tavolo.
Io.
Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho capito nel momento stesso in cui sono entrato in casa.
Da come mi hai aperto la porta.
E fatto entrare.

Sono uscito dall'ufficio che era già buio.  Ho respirato, riemergendo dalla bolla d'aria anestetizzante dove lavoro. 
Dove ci allevano come pesci nell'acquario. Buoni. Ubbidienti. Controllabili. Programmati. Muti.
Il kaos della citta' ha lavato via dalle orecchie il sudiciume accumulato in otto ore di stronzate. E in due ore di riunione settimanale. La riunione settimanale si chiama "breafing", nella lingua dei pesci ammaestrati.
Riassunto del breafing:" Fuori budget. Non vendete. Margine d'intermediazione. Profitto. Cominciamo male. Scostamento. Target. Pricing." 
Traduzione del breafing:
Avevamo imbrogliato troppa poca gente.
Imperdonabile. Il Mercato è spietato.
Sono uscito dall'ufficio che era già buio. Ho respirato, riemergendo dalla bolla d'aria anestetizzante dove lavoro. 
Il traffico e' isterico. Ma i semafori hanno la costanza scientifica del tempo uguale per tutti.
Onde metallico-metallizate s'infrangono contro scogliere di luci rosse.
Mi lascio trasportare.

Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho capito nel momento stesso in cui ho notato la stoffa tesa della tua maglietta, deformata dall'ansimare lento sopra il seno morbido.
Ho intuito nella penombra i capezzoli induriti sotto un micromillimetro di cotone azzurro.
Pelle su pelle.
Eri rossa in viso e non te ne sei accorta.
Hai sorriso appena, quasi per caso. Gli occhi seri, come per sfida.
E non te ne sei accorta.
Il corridoio e' buio, ma veloce.
La luce, pallida e lontana, in fondo ad un pozzo orizzontale di mattonelle.
La luce, è una luce di cucina.
Colori pastello annegati nel vapore.
C'è la pentola sul fuoco.
Ci sei tu.
Distesa, affannata, inarcata; ansimi. Bianca e perfetta.
C'e' il tavolo. 
Legno e formica, azzurro, gambe di acciaio cromato, lasci le impronte se lo sfiori.
Ci sono io.
In piedi, affianco a te distesa, vicino alla tua bocca.
Ho gli occhi chiusi. Ma ogni tanto guardo.

Mi ha chiamato il ResponsabileDiMercato, dopo la riunione.
"deiana ( per cognome, minuscolo ), tu resti.  Ti devo parlare". 
Io sono restato. 
Lui mi ha…”parlato”, diciamo.
Riassunto del discorso: " Target. Scostamento. Budget. Perché non vendi.  Devi essere convincente. Perché non sorridi. Si capisce anche al telefono se uno sorride. Propositivo. Proattivo ( proprio così ha detto, proattivo). Ricavi. Profitto. Margine. Premioaziendale. Timing. Screaning. Pricing. Selling."
Non faceva domande. Perché non gli interessano le risposte. Il Mercato non ammette dubbi.

Ci sei tu.
C'e' il tavolo.
Ci sono io.
In piedi. Ho gli occhi chiusi ma ogni tanto guardo.
Non hai niente addosso, a parte le mutandine.
Quelle nere, lisce.
Mi piace lasciartele e scostare piano l'elastico fine. Alla fine.
Io ho il maglione.
Quello rosso senza collo. Quello che puzza di fumo e birra nera. E di serate evaporate come spuma.
Non ho scarpe.
Non ho calze.
Non ho calzoni.
Non ho mutande.
Affondo piano nella tua bocca.
Mi piace guardare la tua carne bianca curvarsi sotto la pressione leggera delle mia dita.
Lascio dei segni rossi come le sposto, tracce che restano per un po’ e poi basta, assorbite dal tempo e poi basta.
Come sarà di questa sera, di noi in questa stanza, dei muri da imbiancare, dell'affitto da pagare, del tempo e tutto il resto.

Il ResponsabileDiMercato non ha fatto domande neanche quando mi sono alzato e ho fatto tre volte il giro della scrivania, con lui in mezzo. Però ha smesso di parlare. Forse cercava di ricordare quale capitolo del manuale di Tecnichedicomunicazionecommercialenonverbale avrebbe potuto spiegare il mio comportamento. Forse cercava di ricordare qualche risposta già pronta predisposta preconfezionata da riscaldare e servire. Il Mercato non improvvisa.
La luce era piatta. Il ronzio del monitor una mosca lontana, morente al sole di Novembre.
Ho smesso di girare in tondo. 

Mi piace guardare la tua carne bianca curvarsi sotto la pressione leggera delle mia dita.
Ti strappo un gemito stringendo pollice e indice sul capezzolo duro e scuro come un sasso.
Allenti per un attimo la stretta delle labbra intorno a me, ne approfitti per respirare. Forte.
Muovo la mano piano, dal seno alle costole.
Ti sfioro.
Devo stringere gli occhi e concentrarmi.
Respiro forte col naso; l'ossigeno placa i brividi che cominciavano a risalire le caviglie, verso le gambe.
Respiro.

Anche il ReponsabileDiMercato respira. Strano. L'ho guardato, strozzato da una cravatta inutile, un sorriso pubblicitario e un cervello al neon. L'ho immaginato ai corsi di marketing manager, di budgeting, di targeting, di financial banking. Attento. Scrupoloso. Concentrato. Attivo. Anzi, no, proattivo.
Mi sono alzato e ho preso il giubbotto.
Mi ha lanciato un "dove vai ora, deiana ( per cognome, minuscolo )". 
"Un secondo e torno", gli ho detto.


Respiro.
Tutto e' annacquato ormai.
Ritmato e rallentato come onda lunga di marea.
Il traffico e' un bisbiglio fuori dai vetri, chiusi sulla pentola che bolle e noi che amiamo.
La tua mano sinistra abbandona il mio sesso alla tua bocca. 
La tua mano destra si arrampica su per la pancia fino al petto, zampette umide di lucertola; mi sfiora i capezzoli e ridiscende per un fianco verso la schiena.
Mi spinge piano ancora più a fondo.
Sfiori con le labbra i peli corti e ricci in fondo alla mia pancia.
Gemi più forte appena oltrepasso il confine morbido del monte di venere; sopra la stoffa nera muovo il palmo della mano con un lento, ostinato movimento circolare.  La spingo oltre, in mezzo alle cosce, che cedono arrendevoli, ormai.
L'elastico si scosta docile e tranquillo, i tuoi peli castani e corti mi spuntano tra le dita come erba di prato. Ti sfioro ed e' come se ti pugnalassi. Ti aggrappi al mio sesso con gli occhi serrati, inarcata perché le mie dita trovino facilmente la strada dentro di te. Scivolano liquide come acqua di fiume sui sassi, affondano profonde come lame di carne.
I tuoi gemiti sono lamenti spezzati; riesco appena ad intuire un sussurro, strappato al respiro strozzato e soffiato tra i denti stretti.
Il calore sale ora dai piedi, veloce, con brividi che stracciano a folate le vene dalla pancia verso le gambe, le caviglie, i piedi. Non lo fermo. Non lo fermi.
Sfiniamo.
Aggrappati al tavolo come ad una zattera, abbracciati come naufraghi.
Un rivolo di sperma ti cola da un angolo della bocca socchiusa, verso il collo.
Chiudo gli occhi.

Un rivolo di sangue cola dal collo del ResponsabileDiMercato, tra le forbici conficcate e la camicia di seta fresca croccante stirata. Mi sono messo il giubbotto e sono tornato indietro. Gliel'avevo promesso. Non ha parlato. Non si e' chiesto niente. Non ha fatto in tempo. Il mercato e' imprevedibile. 
Sono uscito dall'ufficio che era già buio. Ho respirato, riemergendo dalla bolla d'aria anestetizzante dove lavoro. 
Dove ci allevano come pesci nell'acquario. Buoni. Ubbidienti. Controllabili. Programmati. Muti.

Il traffico e' isterico. Ma i semafori hanno la costanza scientifica del tempo uguale per tutti.
Onde metallico-metallizate s'infrangono contro scogliere di luci rosse.
Mi lascio trasportare.

Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho saputo appena ti ho vista, oggi.
Lo sapevo che sarebbe andata così.
L'ho saputo appena l'ho visto, oggi.

Chiudo gli occhi.
Fuori dalla finestra di cucina il cielo e' freddo e scuro.
Non c'e' vento.
Piove.


Tutto ritorna uguale

A Martino Mastinu
A Mario Bonarino Marras
Ai fratelli d'Argentina, angeli senza ali in volo nel cielo di Buenos Aires,
caduti nel Mar de Plata.

Guerra ai fascismi di ogni terra e di ogni tempo,
ora e sempre.


Lo diceva sempre, nonno, che tutto ritorna uguale.
Io non ci ho mai creduto a quello che diceva; ma era bello restare ad ascoltare quando parlava, anche se non si capiva mai se le sue parole fossero favola o realtà, se fossero verità o finzione;  sapeva raccontarle così bene le storie, nonno, che tutto sembrava vero.
Come quella volta in cui, molti anni fa, sulla spiaggia grande della città, mi parlò di una donna amica sua: - quando io avevo vent' anni- disse - e questa sabbia era così bianca che sembrava polvere di borotalco, conobbi una donna di città straniera, che aveva gli occhi di questo mare. Quando lei se ne andò, la sabbia per la tristezza diventò nera, e il mare grigio-.
Io l’ho scoperta poi, da grande, la storia vera della sabbia candida, diventata scura non per colpa della tristezza di un abbandono, ma  a causa di altri e molto meno nobili motivi. E un po’ ci rimasi male, ma non tanto perché quel candore accecante l’ho potuto cercare solo nelle vecchie fotografie, ma perché il racconto del nonno era più bello del vero. La favola era più bella della realtà.
Ora, che molte stagioni sono passate da quei racconti, molte lune sopra la Sella del Diavolo, molte parole sul mio cuore tenero di bambino ormai inaridito dagli anni e dai soli d'estate, ora lo so, che le storie che raccontava il nonno non erano favole.
Forse parlava così perché stessi attento a quel che diceva mentre passeggiavamo al mare o per i vicoli della città vecchia, quando raccontava di ogni pietra bianca, di ogni graffio sui muri delle cripte, con le ciglia aggrottate e lo sguardo perso lontano oltre il Castello, oltre la Sella del Diavolo, oltre il mare e il mondo tutto intorno.
Parlava così perché non perdessi neanche una parola, perché non dimenticassi nulla, - che quando si dimentica - diceva - tutto ritorna uguale-.
Ora lo so cosa vuol dire, che tutto ritorna uguale.
Ora che ho visto i militari di guardia alla Porta dei Leoni o a quello che è restato in piedi di Porta Cristina; proprio come quando c'erano gli aragonesi e i cagliaritani venivano buttati fuori dal Castello all'imbrunire, " a son'e corru", e quelli trovati ancora dentro le mura dopo il suono del corno imprigionati nella Torre di San Pancrazio o in quella dell' Elefante.
Soltanto adesso che c’è il coprifuoco, ho capito cos'è il suono del corno.
Ed ora che lo so, ripenso a quando il nonno mi raccontava cosa accadde nel 1973, quando lui aveva un anno; accadde che i fratelli cileni - così li chiamava, - sparivano dalle case e non tornavano più ; e dopo i fratelli del Cile, cominciarono a sparire quelli d'Argentina e tra loro anche molti figli di Sardegna come noi. 
Scomparve Martino Mastinu di Tresnuraghes.
Sparì Antonio Chisu di Orosei.
Sparirono Vittorio e Anna Rita Perdighe di Samugheo.
Sardi, emigrati in sud america in cerca del pane che la nostra terra non gli dava più. Non tornarono neanche loro, inghiottiti dal mare al largo di Buenos Aires.
A me ha sempre fatto paura la storia degli scomparsi, ma questo al nonno non importava; me la raccontava ugualmente, e spesso, - così tu non ti dimentichi- diceva serio.
Per molti anni, io, però, l’ho dimenticata.
L’ho dimenticata fino a che non ti ho cercata dappertutto; senza trovarti.
Fino a che tutto non è ritornato uguale alle parole del nonno.
Me la sono ho scordata, quella storia;  fino ad oggi, primavera dell'anno 2073.
Oggi, che dal Cile del 1973 sono passati cento anni.
Cento anni. Ma tutto è ritornato uguale.
La spiaggia no però, quella è ancora nera come quando ero bambino e il nonno mi raccontava della sua donna andata via; la sabbia ha ancora lo stesso colore d'asfalto ma adesso c'è il filo spinato sulla battigia e i cavalli di Frisia dove prima c'erano i bar. E dietro i sacchi di sabbia le torrette di cemento armato e i buchi per strada che non ci si può più passare. 
Perché la battaglia, dopo le elezioni, è scoppiata improvvisa ed inattesa come una bufera di maestrale. 
Ed ora che è finita e abbiamo perso, ci sono solo i soldati. Ovunque.
Sai perché ho continuato a cercarti?
Perché avevi gli stessi occhi della donna del nonno, lo stesso colore di mare che diceva lui, e se tutto ritorna, se tutto era tornato uguale, magari eri tornata anche tu; e ho pensato che se ti avessi trovata e portata in spiaggia magari sarebbe ritornata bianca anche la sabbia.
Magari tutto sarebbe ritornato uguale a quando era bambino il nonno, e non c'era guerra e non c'erano soldati, solo ricordi, solo storie passate recenti, solo memoria.
Ma tu niente, scomparsa.
Eppure ti ho cercata.
Non sapevo neanche se fossi ancora qua, o avessi già cambiato città, nazione, continente.
Se te ne fossi andata, o se ti avessero preso e portata via, visto che tutto è ritornato uguale e la gente comincia a sparire anche qui, come spariva in Cile, come spariva in Argentina e in tutto il Cono Sur, un secolo fa.
- Le città mi piace viverle- mi avevi detto.
Non girarle né visitarle. Viverle.
E a me sembrava che qui da vivere ci fosse ben poco.
Mi sono chiesto come si potesse desiderare vivere questo cadavere di città grigio di uniformi.
Mi sono domandato quanto hai resistito prima di sentirne l'odore nauseante.
Pensavo che qualche giorno sarebbe stato sufficiente per averne la tasche piene di queste strade di polizia e di eserciti, di facciate di palazzi svuotati, quinte di guerra bucate di piombo, di occhi piccoli e spioni nascosti tra viali grandi e piccole tane.
Ti ho cercata ugualmente, per giorni.
Percorrendo sempre le stesse strade, arrancando sulle stesse salite, fermandomi nelle stesse piazze, riposando sempre sullo stesso gradino della Cattedrale.
Guardando ogni faccia, le stesse facce. Sono tutte uguali, tanto, se non sei tu.
Non so quante volte ho percorso le vie del centro o quante volte ho salito e ridisceso le stradine del porto e del vecchio quartiere dei pescatori, dei marinai e delle battone, giù alla Marina. Pensavo fosse più facile lì, dove i gabbiani sono più degli uomini, trovarti su una panchina assolata a respirare il mare.
Pensavo fosse più facile, dove anche le pietre hanno un nome - come diceva nonno - e un viso sconosciuto non si dimentica.
Ti ho cercata per giorni.
Niente.
E poi all'improvviso, eccoti.
Dopo la fuga finita male, alla laguna, dove tutto, in fondo, comincia e termina.
Ora che mi ricordo del nonno e di tutte le parole e di tutte le storie.
Ora che niente dovrebbe essere così com'e'.
Paradossalmente averti davanti, ora, mi complica le cose.
Perché quando tutto capita all'improvviso io non ho mai le parole pronte.
E perché solo so che sei bella.
Nient'altro so di te.
E non c'è il tempo di raccontarti tutto, del nonno e della sua donna straniera che aveva gli occhi come i tuoi, di tutto che ritorna uguale al 1973, dei compagni che cominciano a sparire anche qui, della fretta di incontrarti per dirti tutto quello che avrei voluto, prima che sparissi, prima che la spada del tuo sguardo mi chiudesse la bocca arrivando al cervello, prima che mi perdessi nel deserto dell'immaginazione, strisciando tra una realtà di catene e i miraggi di ciò che sarebbe potuto essere, se tutto non fosse così com'è.
Così posso solo immaginarlo, come sarebbe potuto essere, perché non ho nient'altro.
E immaginare non è facile, perché l'immaginazione è la realtà dei vinti.
Ma cos'altro posso fare ormai?
Pensa a come sarebbe freddo questo pavimento, e buio questo buio, e nauseante questa puzza di morte se non potessi neanche immaginare di averti trovata e di poterti parlare, finalmente.
Ma mi hanno beccato sulla spiaggia della laguna, mentre ancora ti cercavo, proprio nel punto in cui con nonno prendevamo il mare sulla sua barchetta di legno verde speranza, Gramigna si chiamava, riemersa dal tempo insieme a tutte le parole che avevo scordato. L’ho trovata, è ancora lì, adagiata su un fianco, ad aspettare.
Dopo il coprifuoco, mi hanno preso, ed ora su questa camionetta mi portano ad Elmas credo, o a Decimomannu, all'aeroporto militare.
Ed ora che le parole non hanno più tempo e i sogni stanno per scadere, ora che solo ti ho potuto incontrare al buio dei miei occhi bendati, continuo ad immaginare come sarebbe potuto essere.
Chissà come sarebbe.
Se solo fossimo liberi.
Chissà come sarebbe.
Se non avessi questa benda sugli occhi e le mani legate dietro la schiena.
Ma posso solo immaginarlo come sarebbe, mentre volo giù da quest' aereo, e l'odore del mare si fa sempre più vicino.
E mentre cado, la benda vola via dagli occhi e prima che il vento e le lacrime mi costringano a chiuderli, vedo la Sella del Diavolo e la spiaggia.
Bianca.
Chissà come sarebbe contento, il nonno.
Ma l'odore del mare si fa sempre più vicino.

Il mare si fa sempre più vicino…..

All'ultima fermata c'è il mare

A Sergio e Graziella
Ci sono sei fermate, tra un capolinea e l'altro.
Alla prima c'è la scuola.
Alla seconda il liceo.
Alla terza l'università.
Alla quarta l'ufficio.
Alla quinta il mercatino.
Alla sesta fermata c'è il mare.

Quando ti ho conosciuta, al capolinea di Piazza San Michele, eri una crisalide in grembiulino blu e fiocco rosa grande da prima elementare.
Quando ti ho conosciuta i campi da calcio erano polvere nel cielo di giugno, rettangoli d'aria nelle strade deserte, le linee di fondo foreste di cardi ed erba bruciata, la porta due sassi sbilenchi e una traversa invisibile mezzo metro sopra la testa, soltanto fin dove potevano arrivare le mani e tutto il resto era fuori. Tutto il resto, fuori.
Quando ti ho conosciuta le ginocchia sbucciate non facevano male, il sangue sgorgava ma asciugava in fretta e sopra la pelle incrostata ferite tante ma dentro nessuna, male fuori ma dentro niente.
Le biciclette erano moto da corsa o destrieri col fuoco negli occhi, le lucertole draghi furenti, le fionde spade sguainate contro bande di gatti robot.
E non sapere che fare era tutto quello che c'era da fare prima del suono del campanello e gli amici giù in strada, - oh ci sei? ajò - e pronti via, start per un tuffo in una piscina d'aria blu.
Ti ho conosciuta mentre nuotavo nell'aria immobile di un giorno di primavera, quasi estate.
Un giorno che babbo disse: - oggi ci andiamo in pullman, a scuola, che la macchina è rotta - .
Così scendemmo in strada ad aspettare, al capolinea di Piazza San Michele; e quando questo serpente lungo di metallo arancione arrivò e aprì le sue fauci grigie pieghevoli per inghiottirci, io scoprii che nella pancia del serpente c'eri tu. Ultima sedia dell'ultima fila, accanto al finestrino. Sguardo perso nei campi giallo oro di Su Planu. Grembiulino come il mio, fiocco come il mio, occhi, bocca e capelli no, non come i miei.
Tu eri bella.
Ebbi appena il tempo di guardarti un secondo e scendere: le scuole elementari erano vicine, una sola fermata.
La prima.
Mica ti dimenticai, però.


Quando 10 anni dopo ti vidi alla seconda fermata, quella del liceo, ormai non avevo più il grembiule e tu nemmeno, ero più alto di un metro e mi ero già rotto due volte il braccio e una volta la gamba; avevo addosso più punti di sutura che anni di vita randagia di periferia.
Ma ti ho riconosciuta subito.
Sguardo perso nei campi giallo oro di Su Planu.
Jeans come i miei, felpa come la mia, scarpe uguali; occhi, bocca e capelli no, non come i miei.
Tu eri sempre bella.
Il posto non l'hai mai cambiato.
E neppure io, il mio.
Ma il tempo, in compenso, ci è passato sopra leggero e veloce come fanno le nuvole strappate dal vento di maestrale, leggere e veloci sopra questa nostra piccola città, bianca di sale e argilla.
Veloce tra le tue dita strette, aggrappate al vocabolario giallo di latino, quando la tensione per il compito in classe che si avvicinava fermata dopo fermata ti faceva tremare le mani e sbiancare le nocche.
Veloce in mezzo ai fiori delle tue gonne, ampie e ombrose sui piedi scalzi, all'università, e sopra i maglioni larghi, e sulle fasce colorate  per i capelli.
E  veloce oltre il tuo sguardo assorto e le mani avvinghiate al libretto blu degli esami, stesso tremolio e stesso sbiancare di nocche di sempre.
Il tragitto in pullman durava un lampo misurato in sospiri e battiti accelerati: soltanto tre fermate. Così potevo restare a guardarti per poco tempo, soltanto fino a via Mameli, e poi a piedi attraverso il Corso e Viale Fra Ignazio e su in salita fino a Scienze Politiche, a inseguirti sempre senza raggiungerti mai, schiena avanti gambe veloci e fiato grosso. Occhi piantati fissi sulla tua schiena, troppo vicina e troppo lontana.


Dove lavorassi, non l'ho mai capito.
Anche perché la quarta fermata, in Via Dante, avrebbe potuto significare qualsiasi cosa. Avresti potuto lavorare ovunque: scuole, uffici, nei negozi per ricchi, in via Alghero, o nel  tribunale per i poveri, in Piazza Repubblica. 
Non ho mai capito se ti piacesse o meno, il tuo lavoro, perché lo sguardo era sempre naufrago al di là dei vetri; non ho mai capito se fosse stato il grigio della polvere appiccicosa della quotidianità a  sradicare i fiori dalle tue gonne e a spodestare i tuoi maglioni larghi e colorati con un colpo di stato tailleuristico. Oppure se fossero stati gli anni, il tempo, la noia, l'apatia, la disillusione o l'angoscia per la distanza che ci separa dal capolinea e che si riduce fermata dopo fermata.
Un giorno ho capito che ti eri sposata quando hai rioccupato  dopo un mese di assenza il tuo solito posto accanto al finestrino, le dita nervose attorno ad un cerchietto d'oro bianco.
E  un giorno ho imparato il nome dei tuoi figli da come li avvertivi di star fermi sulle sedie affianco alla tua, le stesse sedie uguali arancioni di quando eravamo bambini noi.
E un altro il nome di tuo marito dal sorriso soffiato sul telefono cellulare, i bambini appena fuori dal pullman, impegnati a guadare il torrente d'auto verso la piazza della scuola.
Il tuo non l'ho mai saputo, di nome, perché i tuoi figli ti hanno sempre chiamata, semplicemente, mamma.


Alla quinta fermata c'è il mercatino.
Da quando non lavoriamo più, le giornate cominciano mentre fuori dalle finestre è notte e finiscono in fretta, quando ancora è giorno; le gambe sono diventate pesanti e i gradini del pullman una montagna da scalare.
I pochi capelli grigi che notai un giorno sopra il tuo orecchio destro e sulla mia fronte ora sono molti, e bianchi.
Da quando non lavoriamo più, il giorno più bello è il venerdì.
Perché durante il resto della settimana, mentre il tempo fotocopia le ore, una uguale all'altra, io passo il tempo a riposare queste ossa vecchie nel sottovuoto di giornate uguali, e inganno la noia con l'inquietudine trepidante dell' attesa, il venerdì, invece, c'è il mercatino, ed  è l'unico giorno in cui ho la certezza di poterti incontrare, mentre aspetti il pullman al capolinea, aggrappata al carrellino della spesa; e in cui sono sicuro di potere  restare a guardarti, per la bellezza di cinque fermate lunghe come questo viaggio di ottant'anni.
Cinque fermate, dal cimitero affogato di gas di scarico, alla piazzetta di Capo Sant' Elia ubriaca di salsedine.
E il sole allora scivola leggero sulle ore passate a perderti e ritrovarti in questa casbah di bancarelle, in questo caos di frutta e casse di pesce, tra lo stridere acuto delle fruttivendole e il mercanteggiare fenicio e minaccioso dei pescatori.
E rientrando a casa, sul pullman che ciondola sulla via del porto, ti guardo riflessa nelle mura bianche della città, dipinte d'arancione dal sole fuggiasco dietro i monti di Capoterra.
E guardo me stesso aspettare un altro venerdì.

Oggi sul pullman non c'eri.
Eppure è venerdì, l'ora la stessa di sempre. Ho aspettato di vederti arrivare al capolinea aggrappata al carrellino della spesa finché il sole non si è fatto grande in questo cielo bianco di primavera, quasi estate.
Ma sul pullman la tua sedia è rimasta vuota e nessuno sembrava accorgersi che mancassi; come se fosse normale, che mancassi tu. Il venerdì, poi, che c’è il mercatino. Impossibile.
Allora, all’improvviso, ho capito.
Ho fatto tutto il tragitto, fino alla sesta fermata. Non c'ero mai arrivato all'ultima fermata.
All'ultima fermata c'è il mare.
Sono sceso, a fatica, ho tolto la maglia e questi calzoni grigi e i mocassini neri rosicchiati dall'asfalto.
Ho affondato i piedi in questa sabbia catramosa che da bambino ho calpestato bianca come la polvere di borotalco, quando le mie gambe ramate e guizzanti erano  molto diverse da questi stecchi diafani e contorti da vecchio.
Ho raggiunto la battigia e dopo pochi passi l'acqua è salita dalle ginocchia al bacino, e poi alle spalle, e poi al collo.
Mentre avanzo ti cerco nell'unico luogo senza alternative, perché il viaggio non può andare oltre la sesta fermata. Alla sesta fermata c'è il mare.
E niente altro.
E io devo almeno sapere come ti chiami, che in ottant'anni , il tuo nome, non l'ho mai saputo.
E a cosa sono serviti, allora, questi ottant'anni, se non posso neanche chiamare per nome i ricordi?
E mentre l'acqua allaga di silenzio il vuoto della tua assenza e i miei occhi si arrendono a questo orizzonte liquido e salato, aspetto, adagiato su questo giaciglio candido di sabbia, sotto questa coperta gonfia e fluttuante di posidonia.
Ti aspetto.
Perché lo so che sei scesa qui, dove ora scendo anch'io.
All'ultima fermata.






Di tzilleri e naufragi

Perchè tanto siamo tutti naufraghi.
Tutto quello a cui possiamo aggrapparci dentro questo bar, sorella, è liquido e non ci tiene a galla. Nossignore. E quando non distingui più il contenuto del bicchiere dalle lacrime, beh, forse è arrivato il momento di fare un passo indietro. Oppure avanti, oltre il bordo del precipizio.
A te sembrerà che veniamo qui per abbrancare qualcosa che ci tenga in superficie; invece no, sorella, ci trovi qui dentro esattamente per la ragione opposta: per annegare.

Gradini

Lui era gobbo, lei zoppa.
Attraversavano il mare della città stretti l'uno all'altra come marinai sulla tolda di una nave in balia della tempesta.
Affrontavano il gradino dei marciapiedi tenendosi forte le mani, per paura di separarsi e annegare.
Un giorno inciamparono, e caddero.
Chiusero gli occhi sulle loro dita intrecciate, sanguinando sorrisi sul mare viola dei petali sfioriti di jacaranda.

Il vento

A volte, mentre cercavano il posto migliore per fermarsi a pescare, lei cantava. E la sua voce era così bella da commuoverlo fino al pianto. Allora volgeva lo sguardo altrove con la scusa del tempo, fingendo di tentare di capire da dove arrivasse quel vento impertinente che faceva lacrimare gli occhi, e seccare la gola.



mercoledì 22 febbraio 2017

Radiolina

Simone era l’unico tra noi che sapesse suonare qualcosa: una piccola armonica a bocca che vincemmo al tirassegno alla festa di San Salvatore, qualche anno fa. Ci restammo un po’ male quando capimmo che quella piccola scatoletta cromata era il premio che la sorte ci aveva riservato. Simone invece non disse nulla, la mise in tasca e non se ne separò più. Un mese dopo già suonava le canzoni della pubblicità, poi passò ai 45 giri di Sanremo che sua madre conservava in salotto, per finire, sei mesi più tardi, a parlare di una cosa sola: il blue’s. Passavamo pomeriggi stesi sul divano del suo salotto, o seduti per terra, ad ascoltarlo suonare sopra i vinili che suo padre custodiva come fossero reliquie di santi. Fu allora che cominciammo a chiamarlo Radiolina: qualsiasi canzone ci venisse in mente di ascoltare, lui sapeva suonarla. Suonava perché gli piaceva, suonava perché gli riusciva bene, suonava per farci ridere e vederci ballare scomposti; ma sopra ogni altra cosa, suonava per un motivo: il motivo si chiamava Aurora.
Un giorno però, qualche anno più tardi, successe una cosa: Radiolina perse la Luce. Così diceva lui a chi gli chiedeva che fosse successo. - Eh, ho perso la Luce -, diceva. E, com’è naturale, restò al buio. E il buio era denso e imprigionava gli arti, immobilizzava braccia e gambe, perciò il ragazzo smise di camminare. Il buio era fitto, così tanto da rendere vano ogni tentativo di abituarsi all’oscurità, esperimento al quale rinunciò in partenza, a dire il vero: allora chiuse gli occhi, e non guardò più. Il buio era pesante, stringeva la gola in una morsa, legava la lingua, e tutte le volte che il ragazzo tentava di aprire la bocca l’oscurità irrompeva tra i denti, invadeva la trachea e lo affogava di silenzio, come fosse acqua: il ragazzo smise di parlare.
Accadde così, d’improvviso. Un minuto prima c’era luce. Un minuto dopo non più. Di quell’ultimo istante di mondo ricordava soltanto il colore dei petali viola della yacarandas in fiore e quello delle case affacciate sulla piazzetta: la casa di Anna Carnera, blu; la casa di Facciadicane, rosa; la casa di Cuccumeu, gialla; la casa di Fabrizietto, scrostata. Rammentava le grida di rondine che squarciavano l’aria: -chiesa, chiesa salva tutti!-, e poi il rosso sangue sulle ginocchia sbucciate di Mario, la maglia color senape di Corrado, quella con scritto al centro, in un carattere nero e pomposo: Arredamenti Caria, la canottiera arancione di Antonio, e poi gli occhi nocciola di Aurora, i capelli castani di Aurora, i denti bianchi di Aurora, le guance rosse di Aurora, i fiorellini azzurri sul vestito di Aurora, le calze rosa di Aurora, le scarpe nere lucide di Aurora. E la sua voce: dai suona Radiolina, fallo per me. Com’è che fa quella canzone: oh when the Saints, go marchin in…suona Radiolina, suona.  
Poi niente, il mondo si spense. 
Il tempo passò. I capelli prima ingiallirono poi divennero candidi come neve. Non li perse mai.  La pelle si accartocciò e divenne fragile come carta velina. Le vene pulsavano sotto quel velo di carne e si rompevano per un nonnulla, macchiavano di blu le braccia, per settimane, ma lui non lo sapeva, sentiva solo il dolore. La schiena si curvò, le ginocchia si piegarono, le mani cominciarono a tremare. In una parola, invecchiò. Per qualche strano motivò però, a poco a poco, la catena che gli stringeva le gambe allentò la morsa e ricominciò, piano, a muovere qualche passo, poi, a camminare. Tra tutte le destinazioni che avrebbe potuto raggiungere, scelse la piazza dello stagno. Negli ultimi anni lo sterrato che accoglieva i pescatori di rientro dalle notti passate per mare e sul quale, decenni fa, vendevano il pescato, era stato trasformato in una piazza moderna con il pavimento in granito, i lampioni e le panchine. Seppure tormentato dai nugoli di zanzare che infestavano l’aria, Radiolina non si muoveva da lì per ore. 
Non avrebbe potuto fare altrimenti. Era il solo posto in cui gli pareva di poter rivedere la Luce che aveva perduto. Ci sono posti in cui il fantasma di ciò che è stato è così tangibile da nascondere la realtà sotto un velo di illusione. Vediamo ciò che amiamo ovunque, anche quando l’abbiamo perso, non ci si può fare nulla. Questo sapeva. E ricordava pure come quel luogo riuscisse a conservare i colori fino a dopo il tramonto, oltre il crepuscolo e nonostante il buio, quasi che la luce, una volta entrata dal collo stretto della valle, seguisse il corso del fiume e non riuscisse più a scappar via, restando imbottigliata nelle facciate delle case, nelle foglie degli alberi, nelle pietre del selciato. Sedeva sopra la stessa panchina, quasi ogni giorno, finché sentiva arrivare la notte dal fresco sulle guance e dall’odore di sale che arrivava dal mare. 
-Chiesa!. Chiesa salva tutti!-. 
Un giorno uguale agli altri, nuove grida di rondine lo destarono all’improvviso dal sonno che lo aveva sorpreso a tradimento sulla solita panchina. Sentiva bambini urlare nella piazza e nell’aria l’odore del mare, anche se la notte era lontana. Gli sembrò strano. Avvertì una presenza accanto a lui e gli parve di riconoscerne l’odore ma siccome non poteva parlare non disse nulla. Nemmeno poteva muovere le braccia, quindi restò così com’era, impalato. Poi, all’improvviso sentì una mano posarsi sulla sua, una mano uguale, una mano vecchia. Girò piano la testa e provò ad aprire gli occhi. Allora rivide la Luce ed era esattamente come la ricordava: gli occhi nocciola di Aurora, i denti bianchi di Aurora, le guance rosse di Aurora, i fiorellini azzurri sul vestito di Aurora; solo i capelli avevano cambiato colore ma erano uguali ai suoi, e sorrise. Sentì che avrebbe potuto parlare ma preferì tacere. Che avrebbe potuto dire, in fondo? Sentiva i bambini chiamare la nonna, li vide sfrecciare nel bianco sole del pomeriggio, rondini veloci sulla quinta di facciate pastello.  Fu solo un lampo, poi lei parlò:  -hai visto che bel colore, questi fiori?-. Com’è che faceva quella canzone, eh, Radiolina. La suoni per me?
Non rispose. Solo chiusero gli occhi e insieme si addormentarono, sotto una nevicata viola. 

Suona Radiolina, suona…

Non c'è posto.

Accosta la barca al pontile. Si attarda sulle cime d'ormeggio, prima a poppa, poi a prua, assicurando l'imbarcazione al molo con mo...