Fu quando il mare cominciò a restituire ciò che così a lungo aveva custodito.
Spesso erano solo frammenti, slegati dai lacci dei tendini e dei legamenti, carpi, metacarpi e altre ossicina, gettati alla rinfusa come dadi sulla spiaggia. A volte capitava sul bagnasciuga qualche dente, più raramente ossa intere. Dopo pochi giorni d’aria, si sbriciolavano sotto la luce bianca del sole e diventavano come sabbia, indistinguibili da gusci e conchiglie e resti di bestie marine di ogni sorta.
Non erano trascorsi neanche vent’anni dal tempo degli angeli senza ali, dei corpi che piovevano a grappolo, quando assieme alle ossa cominciarono a riaffiorare i ricordi. Accadde esattamente ciò che lui le aveva predetto: le cicatrici cominciarono a sanguinare.
Allora tutte le membra presero a dolerle di un dolore cupo, perchè le ferite sul corpo di Aurora erano tante. E profonde.
Quella mattina si trattenne in casa giusto il tempo di un caffellatte bollente. Zittì la radio che gracchiava il bollettino della nottata appena trascorsa, staccò la spina del nuovo televisore non appena le edizioni speciali cominciarono ad aggiornare la nazione che sul nuovo, freschissimo, rigurgito di rivolta.
Sedette sul divano. Prese tra le mani la busta verde che giaceva sul tavolino dinanzi a lei.
L’Esercito, nostalgico per definizione, al tempo del cyber mondo non era ancora riuscito a rinunciare alla carta spessa delle raccomandate urgenti, modello PRU, personale, riservata, urgentissima. Stato di massima allerta.
L’aveva ricevuta soltanto cinque giorni prima. La convocazione era prevista per le ore nove punto zero zero di quel mattino che ancora non voleva saperne di spalancare le finestre alla luce del giorno.
Aveva già stirato la divisa grigia, lucidato gli stivali, smontato e ingrassato le armi d’ordinanza.
Stava tutto di fronte a lei, oltre la porta della cabina armadio, ordinato sulle grucce di legno di rovere. In un istante avrebbe indossato l’equipaggiamento e tutto sarebbe ricominciato; tutto sarebbe tornato uguale.
Fissò per un secondo l’ingresso della stanza, la porta aperta come una bocca sdentata.
Lasciò tutto dov’era.
Si alzò, volse le spalle a quella vita, e uscì di casa nell’aria fresca del primo mattino.
I ponti erano saltati per aria e per oltrepassare il punto in cui la laguna incontrava il mare utilizzò il vecchio ciu che durante quegli anni di pace terrificante aveva rimesso a posto.
Per arrivare alla piccola spiaggia non ci volle molto, in realtà.
Sedette sulla riva.
I frangiflutti che partivano dal vecchio villaggio dei pescatori si allungavano come dita ossute e ritorte nel mare del golfo.
Nuove colonne di fumo salivano lente nel cielo limpido di quel novembre tiepido, che sembrava maggio.
Volse lo sguardo dall’altra parte.
Sui cubi di cemento armato il colore della pittura era un po’ sbiadito, ma i petali dei fiori si distinguevano ancora bene.
E le poesie c’erano ancora, come lui aveva detto, “neanche tutta questa merda è risucita a cancellarle”.
Non dovette neppure leggere, per ricordare:
“Voglio sentire ancora il dondolio delle vecchie barche,
e le storie dei vecchi pescatori di Cannestorte…”
Dopo vent’anni, tutto ritornava a galla nella memoria come le ossa dal fondo del mare.
Infilò la mano destra nella tasca del giubbotto.
Estrasse un piccolo involucro.
Lo scartò.
E mentre gustava il sapore dolcissimo della caramella portò la cartina rossa davanti agli occhi.
- E’ proprio bello il mondo guardato così, pensò-.
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