martedì 21 marzo 2017

Ieri sera ho incontrato Gigiriva

- E poi?
- E poi si è alzato, ha poggiato il tovagliolo e se n’è andato.
- Così, senza salutare nessuno?
- Si senza salutare nessuno. Arriva presto, siede sempre da solo, allo stesso tavolo, mangia qualcosa e poi va via, bofonchiando un saluto a mezza voce, rivolto a chissà chi. Sempre uguale, tutte le sere.
- E tu? L’hai lasciato andar via senza dirgli niente? Senza neppure seguirlo?
- E per fare che, ma’? Per quale cavolo di motivo l’avrei dovuto seguire?
- Avresti dovuto seguirlo, porca misera, avresti dovuto seguirlo e chiedergli il numero di telefono, almeno, che ti costava? E adesso quando ci ricapita, un’occasione così...
- Chiedergli il numero di telefono? Ma sei matta? Ma tu mi ci vedi corrergli dietro lungo quel vicolo stretto, a notte fonda, e urlare: mi scusi, si fermi signor Gigiriva, che mia madre vuole avere il suo numero di telefono!


Il ragazzo vide la madre assumere un’aria corrucciata e passare in pochi istanti dalla speranza al broncio per poi ritornare un momento dopo a volgere lo sguardo alla televisione sempre accesa.
Il caldo quel giorno era soffocante.
Maggio era appena cominciato, ma quell’anno la calura era arrivata improvvisa, implacabile, scagliata dal vento di scirocco sulla città inerme, a vendicarsi di un periodo infinito di pioggia.
Ai malcapitati abitanti non restava altro che sbrogliare la matassa appiccicosa dell’aria bollente con l’unico strumento a loro disposizione, il mare, verso il quale si riversavano a migliaia abbandonando le strade, i viali e le piazze al silenzio scandito soltanto dal tubare dei piccioni.
Il ragazzo ormai non ci andava più alla spiaggia che aveva conosciuto di un bianco abbagliante, prima che mani arroganti e incompetenti  la riducessero a una spianata grigia e polverosa.
Perciò, quando la città si vuotava preferiva percorrerne le vie deserte fino all’oasi alberata in cui si trovava in quel momento, un deserto di silenzio all’interno di una città fantasma, dove poteva udire lo schiocco delle ossa dei gatti che si stiracchiavano al sole, il vento soffiare onde sull’erba e tra i fiori gialli e farsi ipnotizzare dalla danza dei pioppi sulla quinta limpida del cielo lindo come una sposa, sgombro di nuvole stanche, scure e lente come vedove, minacciose di lunghi pianti di pioggia.


Non avrei neppure dovuto cominciarla questa conversazione, pensò.
Non avrei dovuto raccontarti nulla, ecco.
Ma come cavolo ti salta in mente di chiedere a Gigiriva il suo numero di telefono?
Che poi, tra l’altro, sei stata proprio tu a raccontarmi di averlo rifiutato senza neppure degnarlo di uno sguardo, quando non solo era il calciatore più famoso d’Italia, ma anche una specie di semi-dio inseguito da uno stuolo di donne adoranti.
Mi pare quasi di vederti, passeggiare con quell’aria altezzosa che dovevi avere a vent’anni e scacciarlo come una mosca insolente con un gesto della mano; e adesso, quarant’anni dopo, mi chiedi non solo di inseguirlo, di notte, in un vicolo, ma di chiedergli pure il numero di telefono. Ma ti rendi conto, dico, a settant’anni!


Ah, ma la colpa è mia!
Non avrei dovuto raccontarti niente, e invece chissà cosa diavolo mi è saltato in mente: ieri sera ho incontrato Gigiriva, lo sai ma’?
Abbiamo quasi cenato assieme, cioè, non proprio allo stesso tavolo, vicini però, quasi a fianco.
Si è seduto in una angolo del locale, ad un tavolo apparecchiato apposta per lui: c’era un po’ di frutta, mezza bottiglia d’acqua gasata, un quartino di vino bianco e un quotidiano. Non ha salutato nessuno, nessuno gli ha chiesto nulla, nulla ha domandato ad altri.
Io l’ho visto bene, perché ero seduto a capotavola, proprio di fronte a lui.
Dopo un po’ è arrivato un pesce, una spigola mi è sembrata, senza che lui avesse ordinato alcunché. Chissà da quanto tempo frequenta questa trattoria, nascosta nel vicolo più buio e puzzolente del quartiere del porto, chissà da quanti anni celebra il  rito frugale di queste cene silenziose e sempre uguali, mi sono chiesto.
Ogni tanto sollevava lo sguardo dal piatto e ci fissava seguitando a masticare silenzioso.
Chissà come deve essere strano, ho pensato, cenare in mezzo a tutte queste fotografie appese ai muri, cento e cento ritratti di cantanti e attori e attrici e modelle e politici e uomini sportivi, tutti immortalati sorridenti e anche mezzo ubriachi, credo, tutti giovani e allegri e famosi, aggrappati alle tovaglie macchiate di sugo di questo ristorante disordinato, posticcio e rumoroso come una festa di matrimonio gitano. E nove volte su dieci e novanta volte su cento è la sua, di faccia, quella che si sporge da queste finestre sul tempo. Chissà come ci si sente a fissare dritto negli occhi il proprio passato prigioniero di quelle fotografie, chissà com’è strano specchiarti nello sguardo di quarant’anni fa sigillato dietro i vetri appannati, osservare la tua giovinezza macchiata dall’inchiostro degli autografi sbavati dal tempo che passa sopra questa galleria di fama perduta e di nostalgia, e che accumula polvere grigia sulle cornici come rimpianto sul fondo del cuore.
Chissà com’è strano ritrovare ogni sera i compagni perduti, così, a portata di mano, sulla parete a cinque metri da dove stai seduto tu, eppure così irraggiungibili.


Questo posto è così.
Invisibile, sebbene ad un passo dalla via più grande, la più importante.
Questo posto è come la gente che ci viene a mangiare e vuole scomparire al mondo.
Un posto da ubriaconi, da marinai, da puttane, da politici arraffoni, impresari scalcagnati e sudaticci; da naufraghi. Ecco un posto da naufraghi, sì.
Tutto questo disgraziato ristorante è un relitto naufragato sullo scoglio più nascosto dell’arcipelago, spiaggiato sull’isola più sporca, più buia, più puzzolente, di questo maledetto gorgo d’asfalto.
Questo è un posto per gioventù spiaggiate sulla vecchiaia, per celebrità deragliate nell’indifferenza.
Per ricordi che scivolano sulla superficie liscia dei bicchieri, dritti a capofitto fino al pozzo scuro del rimpianto.
Questo è un rifugio per oggetti che non troverebbero posto in nessuna cantina, è il mare in cui si ostina a galleggiare tutto ciò che non vuole rassegnarsi allo sprofondo: rancore, amore, rabbia, gioia, memoria, illusione o verità che sia.
Qui tutto è autentico e di cattivo gusto come le stelle marine di cartongesso azzurro inchiodate sui muri di pietra cruda, qui c’è il mondo così com’è, ma che al di là quella porta finge di essere altro.
Per questo ti saresti potuta trovare a tuo agio, seduta a questi tavoli.
Tu non hai mai avuto vergogna di ruotare i polsi e mostrare il profilo spesso delle cicatrici lasciate dalle lamette.


Ho pensato che ti sarebbe piaciuto, questo posto, lo sai?
Ho pensato che se ci fossi stata ti saresti alzata e saresti andata dritta al suo tavolo. Sfrontata.
- Ciao Gigi, mi posso sedere?-.
Tanto sta sempre solo.
Nessuno lo disturba, nessuno gli rivolge la parola, sebbene tutti sappiano chi sia.
Io non credo che lo facciano per rispetto.
Questa città non conosce il rispetto, altrimenti ne avrebbe avuto innanzitutto per sé stessa.
No, questa città è incline all’amnesia o, peggio ancora, all’indifferenza.
Questa è una città che quando non dimentica, finge di non ricordare.
Quando ricorda, fa finta di dimenticare.
Quando conosce, finge di ignorare.
Ma tu non sei mai stata così, tu sei diversa.
Tu hai sempre avuto una grande faccia tosta, ammettilo.
Gli avresti sorriso con quella sfacciata irriverenza che hai tutte le volte che stai bene, tutte le volte che il ringhiare del cane nero si prende una pausa e ti lascia dormire, tutte la volte che una qualche catena lo tiene lontano e gli impedisce di azzannarti il cuore.
Lui avrebbe alzato gli occhi dal piatto e almeno all’inizio non ti avrebbe detto niente.
Poi a poco a poco avreste cominciato a parlare, anzi, è più probabile che lo avresti costretto a parlare perché quando non spranghi di silenzio le porte sul mondo a te le parole non bastano mai.
Avreste parlato, ne sono sicuro.
Quando due solitudini si incontrano, per un po’ si illudono di essere qualcos’altro.


Alla fine vi sareste alzati, avreste poggiato il tovagliolo sul tavolo e ve ne sareste andati.
Senza salutare nessuno. Senza dire niente.
Avreste abbandonato il tavolo e la città e il cuore al disordine, avreste attraversato i vicoli bui fino alla luce arancione di via Roma dove avreste passeggiato di nuovo in silenzio, fianco a fianco, vicini eppure inavvicinabili l’uno all’altra, come le coppie novizie di un secolo fa.
E poi, magari nell’angolo più nascosto alla fine del portico, vicino alla casa dello studente, dove nessuno avrebbe potuto scorgervi, vi sareste dati la mano.
Io l’avrei raccontata a tutti questa cosa ma’, di questo nome così importante, sai che figurone avrei fatto in ufficio, che tanto a quelli importano solo le etichette, figurati cosa ci avrebbero capito di questa cosa, niente ci avrebbero capito, avrebbero sentito solo il nome importante, che è l’unica cosa che conta, per loro, e tutta una questione di nomi, il nome sulle scarpe, il nome sulle borsette, il nome sul risvolto della giacca degli abiti eleganti, il nome dei prodotti finanziari, il nome delle truffe, il nome degli imbrogli, i nomi che si inventano per non avere ribrezzo di sé stessi.
Cosa gliene sarebbe importato della tua felicità? Niente, come non è importato mai niente a nessuno, come a nessuno importa mai davvero la felicità degli altri più della propria.
Sarebbe stato bello se ieri sera ci fossi stata anche tu, vero ma’? Già, sarebbe stato bello.
Invece lui si è alzato, perso come sempre dietro al proprio silenzio e a chissà che altro.
Lui si è alzato ricalcando le orme tracciate dal suo sguardo basso e senza dire una parola si è chiuso la porta alle spalle.
E se n’è andato.


Al ragazzo sembrò quasi di vederla, la madre, assumere un’aria corrucciata, passando in pochi secondi dalla speranza al broncio per poi tornare un istante dopo a volgere lo sguardo alla televisione sempre accesa.
Tutto questo, le avrebbe raccontato, se avesse potuto farlo: ieri sera ho incontrato Gigiriva, lo sai ma’?.
Invece, vergognandosi un po’ di quella conversazione immaginaria, si alzò, sistemò i fiori sulla lapide, diede un bacio alla fotografia e si incamminò verso casa.
Il caldo quel giorno era soffocante.
Maggio era appena cominciato, ma quell’anno la calura era arrivata improvvisa, implacabile, scagliata dal vento di scirocco sulla città inerme, a vendicarsi di un periodo infinito di pioggia.
Ai malcapitati abitanti non restava altro che sbrogliare la matassa appiccicosa dell’aria bollente con l’unico strumento a loro disposizione, il mare, verso il quale si riversavano a migliaia abbandonando le strade, i viali e le piazze al silenzio scandito soltanto dal tubare dei piccioni.
Il ragazzo ormai non ci andava più alla spiaggia che aveva conosciuto di un bianco abbagliante, prima che mani arroganti e incompetenti  la riducessero a una spianata grigia e polverosa.
Perciò, quando la città si vuotava preferiva percorrerne le vie deserte fino all’oasi alberata in cui si trovava in quel momento, un deserto di silenzio all’interno di una città fantasma, dove poteva udire lo schiocco delle ossa dei gatti che si stiracchiavano al sole, il vento soffiare onde sull’erba e tra i fiori gialli e farsi ipnotizzare dalla danza dei pioppi sulla quinta limpida del cielo lindo come una sposa, sgombro di nuvole stanche, scure e lente come vedove, minacciose di lunghi pianti di pioggia.

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