Route 66. Vicino Cannestorte.
martedì 14 marzo 2017
giovedì 9 marzo 2017
E naturalmente te
- Dai! Davvero parti? E quando?
- Tra quattro mesi. Tra quattro mesi parto.
- Dai, che figo, mannaggia quanto ti invidio. E dove vai?
- Boh, in Africa.
- In Africa? Davvero? Ma è bellissimo! C’è un cielo, di notte. Non vorrai più tornare. Certo, sono molto poveri in Africa…e quei bambini? Poverini quei bambini. Soffrono molto. E cosa farai, un safari? Vai a fare un safari vero?
- No, non faccio un safari, scalo un monte.
- Come scali un monte? Vai in Africa a scalare un monte? Nooo, sei troppo matto, tu. Che monte?
- Non è importante che monte.
- Cazzo, che figata. Sarà faticoso, eh?
- Cazzo, che figata. Sarà faticoso, eh?
- Sì, credo di sì. Ci vorranno dieci giorni per salire e tre per scendere. Sono 5850 metri.
- Oh mi raccomando. Voglio un reportage completo. Dove le posti le foto, su Facebook?Così le vedo.
- No.
- Come no?
- Non ce l’ho Facebook.
- Daaaai, nel 2017 tu ancora non hai Facebook. Sei strano tu, eh! Instagram?
- No.
- Twitter?
- No
- Flickr?
- No.
- Snapchat?
- Nemmeno.
- Lo vuoi il mio numero di telefono? Così mi uozzappi.
- Eh?
- Me le mandi con uozzàp.
- No, non lo voglio il tuo numero di telefono.
- Lo vuoi il mio numero di telefono? Così mi uozzappi.
- Eh?
- Me le mandi con uozzàp.
- No, non lo voglio il tuo numero di telefono.
- Cioè, tu te ne vai fin laggiù e non farai neppure una foto?
- No, infatti.
- Boh, non ti capisco. Sei troppo matto! E’ come non esserci andati allora, scusa eh. Che cavolo ci vai a fare?
- Cerco una persona.
- Davvero e chi?
- Non sono affari tuoi.
- E perché la cerchi lì?
- Perché quando non trovi più le persone dove sempre stavano ad aspettarti, allora ti metti in cammino e cominci a cercarle dove sarebbero potute essere, se non se ne fossero andate.
- Boh, non ho capito. Comunque, ci vorrà un sacco di roba per scalare una montagna. Quanta roba ti porti?
- Non porto tante cose, solo queste.
- Quali?
- Queste, ascolta: mercoledì 8 marzo 2017
Sarà una caramella, che vi seppellirà.
Fu quando il mare cominciò a restituire ciò che così a lungo aveva custodito.
Spesso erano solo frammenti, slegati dai lacci dei tendini e dei legamenti, carpi, metacarpi e altre ossicina, gettati alla rinfusa come dadi sulla spiaggia. A volte capitava sul bagnasciuga qualche dente, più raramente ossa intere. Dopo pochi giorni d’aria, si sbriciolavano sotto la luce bianca del sole e diventavano come sabbia, indistinguibili da gusci e conchiglie e resti di bestie marine di ogni sorta.
Non erano trascorsi neanche vent’anni dal tempo degli angeli senza ali, dei corpi che piovevano a grappolo, quando assieme alle ossa cominciarono a riaffiorare i ricordi. Accadde esattamente ciò che lui le aveva predetto: le cicatrici cominciarono a sanguinare.
Allora tutte le membra presero a dolerle di un dolore cupo, perchè le ferite sul corpo di Aurora erano tante. E profonde.
Quella mattina si trattenne in casa giusto il tempo di un caffellatte bollente. Zittì la radio che gracchiava il bollettino della nottata appena trascorsa, staccò la spina del nuovo televisore non appena le edizioni speciali cominciarono ad aggiornare la nazione che sul nuovo, freschissimo, rigurgito di rivolta.
Sedette sul divano. Prese tra le mani la busta verde che giaceva sul tavolino dinanzi a lei.
L’Esercito, nostalgico per definizione, al tempo del cyber mondo non era ancora riuscito a rinunciare alla carta spessa delle raccomandate urgenti, modello PRU, personale, riservata, urgentissima. Stato di massima allerta.
L’aveva ricevuta soltanto cinque giorni prima. La convocazione era prevista per le ore nove punto zero zero di quel mattino che ancora non voleva saperne di spalancare le finestre alla luce del giorno.
Aveva già stirato la divisa grigia, lucidato gli stivali, smontato e ingrassato le armi d’ordinanza.
Stava tutto di fronte a lei, oltre la porta della cabina armadio, ordinato sulle grucce di legno di rovere. In un istante avrebbe indossato l’equipaggiamento e tutto sarebbe ricominciato; tutto sarebbe tornato uguale.
Fissò per un secondo l’ingresso della stanza, la porta aperta come una bocca sdentata.
Lasciò tutto dov’era.
Si alzò, volse le spalle a quella vita, e uscì di casa nell’aria fresca del primo mattino.
I ponti erano saltati per aria e per oltrepassare il punto in cui la laguna incontrava il mare utilizzò il vecchio ciu che durante quegli anni di pace terrificante aveva rimesso a posto.
Per arrivare alla piccola spiaggia non ci volle molto, in realtà.
Sedette sulla riva.
I frangiflutti che partivano dal vecchio villaggio dei pescatori si allungavano come dita ossute e ritorte nel mare del golfo.
Nuove colonne di fumo salivano lente nel cielo limpido di quel novembre tiepido, che sembrava maggio.
Volse lo sguardo dall’altra parte.
Sui cubi di cemento armato il colore della pittura era un po’ sbiadito, ma i petali dei fiori si distinguevano ancora bene.
E le poesie c’erano ancora, come lui aveva detto, “neanche tutta questa merda è risucita a cancellarle”.
Non dovette neppure leggere, per ricordare:
“Voglio sentire ancora il dondolio delle vecchie barche,
e le storie dei vecchi pescatori di Cannestorte…”
Dopo vent’anni, tutto ritornava a galla nella memoria come le ossa dal fondo del mare.
Infilò la mano destra nella tasca del giubbotto.
Estrasse un piccolo involucro.
Lo scartò.
E mentre gustava il sapore dolcissimo della caramella portò la cartina rossa davanti agli occhi.
- E’ proprio bello il mondo guardato così, pensò-.
Di donne che non hanno bisogno di uomini
A marzo Cannestorte è colorato. C’è il verde dell’erba, il
rosso delle succulente, il giallo delle
ciucciose che sanno di limone, il bianco dell’asfodelo, il mare
viola del rosmarino e della borragine. Il resto dell’anno è grigio di terra e polvere ma a marzo
no, Cannestorte è un arcobaleno, è un sogno in bianco e nero che svanisce un mattino di
maggio, quando l’estate si sveglia di soprassalto nel cuore della primavera.
Blu mi passa a prendere in bicicletta.
–Ci vieni alla casa del drago?-, mi fa.
-Andiamo-. Non le chiedo neppure perché. Blu non concepisce il dubbio, Blu non tentenna, Blu non ha paura. Blu decide, poi fa. Ci andrebbe comunque, anche senza di me e questa consapevolezza inaspettatamente mi angoscia. Non perché pensi che non sappia cavarsela da sola. Non ha bisogno di nessuno, Blu. E’ il fatto di saperla lontana, di non poter avere l’occasione di sentirle dire –guarda lì, hai visto?-, ecco, è questo che mi fa paura. Non poter condividere la sua visione del mondo, non poter volgere lo sguardo verso qualcosa che ignoravo fino a quel momento, prima che me lo mostrasse. Blu vede cose, sempre, che io non vedo, mai.
–Ci vieni alla casa del drago?-, mi fa.
-Andiamo-. Non le chiedo neppure perché. Blu non concepisce il dubbio, Blu non tentenna, Blu non ha paura. Blu decide, poi fa. Ci andrebbe comunque, anche senza di me e questa consapevolezza inaspettatamente mi angoscia. Non perché pensi che non sappia cavarsela da sola. Non ha bisogno di nessuno, Blu. E’ il fatto di saperla lontana, di non poter avere l’occasione di sentirle dire –guarda lì, hai visto?-, ecco, è questo che mi fa paura. Non poter condividere la sua visione del mondo, non poter volgere lo sguardo verso qualcosa che ignoravo fino a quel momento, prima che me lo mostrasse. Blu vede cose, sempre, che io non vedo, mai.
Saltiamo sulle bici, io su Ferragliosa, lei su Megliosola e
partiamo. Passiamo accanto alla spiaggia delle alghe che odora di sale ed erba bagnata, poi la
strada sterrata si fa salita leggera e si inerpica sul promontorio. Sotto di noi lo
strapiombo della scogliera, al largo l’Isola del Vento Cattivo e gli scogli
puntuti come denti di squalo che nei giorni del VentoLupo mordono legni e
scafi di ogni fattezza e materiale e sempre li sbranano. Il Capo Grande si allunga sul
mare e lo sfiora con la dolcezza di una carezza furtiva: mentre la scogliera
che costeggiamo è aspra e irta di rocce acuminate, il Capo è una collina che si
abbandona dolcemente all’acqua, senza litigarci: oggi è verde di grano giovane, rossa
di papaveri e sulla.
La casa del drago è una vecchia cava di pietra, abbandonata da decenni, sulla sommità del promontorio. E’ un grande fossato a pianta quadrata, con le pareti perfettamente perpendicolari rispetto al suolo: sembra una grande piscina svuotata dall'acqua, senza piastrelle, come se qualcuno avesse fatto spazio estraendo un enorme cubo di pietra dalla roccia. Sui fianchi ci sono ancora le ferite lasciate dai dischi d’acciaio che tagliavano la pietra in blocchi squadrati. Da piccolissimi, per non rischiare che ci avventurassimo da soli sul bordo della cava, raccontavano che fosse la casa del drago e che quei solchi paralleli fossero i segni della sua furia, unghiate distribuite a destra e a manca sulla pietra viva.
Oggi che i draghi non li temiamo più è diventata la nostra base segreta. Radiolina ci va a baciare Aurora, io e Cuccumeu a tirare di fionda e a guardare le fotografie di donne nude su un giornale rubato all’edicola. Blu mi ci porta a cacciare lucertole che usa come esca per le murene. La seguo. E’ lontana, forse a dieci passi da me quando sollevo una grossa pietra piatta sotto la quale mi è parso di vedere il guizzo di una coda. Quando la rovescio una biscia grossa un braccio mi si rivolta contro. Solleva la testa a cinquanta centimetri da terra, quasi fosse un cobra. Si prepara ad attaccare. Ci sono una decina di piccoli nascosti tra le sue spire, frammenti bianchi di gusci d’uovo dischiusi da poco sparsi tutto intorno. Le bisce mi terrorizzano. Un panico freddo mi attanaglia la nuca, vorrei gridare ma non riesco a farlo.
Blu mi afferra per il collo della maglietta, mi costringe ad arretrare di cinque metri. Quasi mi trascina, perché le gambe non rispondono.
Si piazza davanti a me, fissa il rettile per qualche istante. Mi aspetto che da un momento all’altro lo abbatta con il bastone che sempre si trascina dietro.
Non lo fa. Il serpente si acquieta, abbassa il capo poggiandolo sul corpo arrotolato, finalmente calmo.
-Perché non l’hai uccisa?-, le chiedo mentre rientriamo a casa, veloci sulla strada in discesa.
-Zitto! Ora c’è la collinetta, preparati a saltare- .
Le bici acquistano velocità, arriviamo sul montarozzo di terra che ci fa da trampolino, spicchiamo il salto.
Restiamo sospesi nell’aria per un tempo che sembra infinito, farfalle in controluce su un cielo rossiccio, in volo sopra i campi fioriti della primavera di Cannestorte.
I capelli di Blu sono stelle filanti, posidonia che danza con l'onda sul fondo del mare.
La casa del drago è una vecchia cava di pietra, abbandonata da decenni, sulla sommità del promontorio. E’ un grande fossato a pianta quadrata, con le pareti perfettamente perpendicolari rispetto al suolo: sembra una grande piscina svuotata dall'acqua, senza piastrelle, come se qualcuno avesse fatto spazio estraendo un enorme cubo di pietra dalla roccia. Sui fianchi ci sono ancora le ferite lasciate dai dischi d’acciaio che tagliavano la pietra in blocchi squadrati. Da piccolissimi, per non rischiare che ci avventurassimo da soli sul bordo della cava, raccontavano che fosse la casa del drago e che quei solchi paralleli fossero i segni della sua furia, unghiate distribuite a destra e a manca sulla pietra viva.
Oggi che i draghi non li temiamo più è diventata la nostra base segreta. Radiolina ci va a baciare Aurora, io e Cuccumeu a tirare di fionda e a guardare le fotografie di donne nude su un giornale rubato all’edicola. Blu mi ci porta a cacciare lucertole che usa come esca per le murene. La seguo. E’ lontana, forse a dieci passi da me quando sollevo una grossa pietra piatta sotto la quale mi è parso di vedere il guizzo di una coda. Quando la rovescio una biscia grossa un braccio mi si rivolta contro. Solleva la testa a cinquanta centimetri da terra, quasi fosse un cobra. Si prepara ad attaccare. Ci sono una decina di piccoli nascosti tra le sue spire, frammenti bianchi di gusci d’uovo dischiusi da poco sparsi tutto intorno. Le bisce mi terrorizzano. Un panico freddo mi attanaglia la nuca, vorrei gridare ma non riesco a farlo.
Blu mi afferra per il collo della maglietta, mi costringe ad arretrare di cinque metri. Quasi mi trascina, perché le gambe non rispondono.
Si piazza davanti a me, fissa il rettile per qualche istante. Mi aspetto che da un momento all’altro lo abbatta con il bastone che sempre si trascina dietro.
Non lo fa. Il serpente si acquieta, abbassa il capo poggiandolo sul corpo arrotolato, finalmente calmo.
-Perché non l’hai uccisa?-, le chiedo mentre rientriamo a casa, veloci sulla strada in discesa.
-Zitto! Ora c’è la collinetta, preparati a saltare- .
Le bici acquistano velocità, arriviamo sul montarozzo di terra che ci fa da trampolino, spicchiamo il salto.
Restiamo sospesi nell’aria per un tempo che sembra infinito, farfalle in controluce su un cielo rossiccio, in volo sopra i campi fioriti della primavera di Cannestorte.
I capelli di Blu sono stelle filanti, posidonia che danza con l'onda sul fondo del mare.
lunedì 6 marzo 2017
Di risate, pioggia e monete.
Sopra un altipiano, nella Turchia centrale.
Lo scooter avanza sbilenco sferzato da violente frustate di vento.
Siamo passati dal sole della pianura a questa pioggia improvvisa che punge la pelle del viso e delle mani con spilli di ghiaccio.
Ridiamo come matti, come se dal cielo piovesse un tesoro.
Le risate fanno rumore di monete d'oro che cadono sull'asfalto, rimbalzano e rotolano via, trascinate dal vento.
Saranno ancora lì, da qualche parte, oppure saranno svanite senza lasciare traccia, come le traiettorie delle mongolfiere.
Lune piene contro il cielo chiaro. Tutte quelle risa.
Lo scooter avanza sbilenco sferzato da violente frustate di vento.
Siamo passati dal sole della pianura a questa pioggia improvvisa che punge la pelle del viso e delle mani con spilli di ghiaccio.
Ridiamo come matti, come se dal cielo piovesse un tesoro.
Le risate fanno rumore di monete d'oro che cadono sull'asfalto, rimbalzano e rotolano via, trascinate dal vento.
Saranno ancora lì, da qualche parte, oppure saranno svanite senza lasciare traccia, come le traiettorie delle mongolfiere.
Lune piene contro il cielo chiaro. Tutte quelle risa.
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