Facciadicane
lo chiamavano così perché aveva un naso largo schiacciato in mezzo a due guance
grassocce, da bulldog, e quando si arrabbiava dal petto gli saliva un
respiro roco, lento e profondo come il ringhio di una bestia cattiva. A parte
Cuccumeu e Radiolina infatti, tutti gli altri bambini, a scuola, giravano al
largo. Lui non si crucciava anzi, portava quel soprannome come fosse un vanto,
un mantello che lo nascondeva alla cattiveria dei compagni come il Grande
Promontorio proteggeva le barche dei pescatori nelle notti di Vento Lupo.
Facciadicane ce l'aveva col mondo, ma ringhiava e basta; mordere non gli piaceva affatto.
Le cose andarono in questo modo fino ad un mattino di sole, silenzio e vento: quel giorno, Facciadicane conobbe Carnèra. A dire il vero nessuno ancora la chiamava così, perché era in là da venire il giorno in cui avrebbe steso Tommasino Su Burdu della 5b con il più fulmineo gancio destro che la storia del piccolo villaggio di Cannestorte ricordi. Nessuno conosceva neppure quello vero, di nome, perché era arrivata al paese da pochi giorni, ad anno scolastico appena concluso, forestiera. Nessuno avrebbe potuto dirla figlia di questo, nipote di quella, sorella di quell'altro; mancava di riferimenti, di ascendenze e discendenze, dei punti cardinali dell’esistenza, insomma. Questo pensò esattamente Facciadicane, perso com’era in quella tempesta improvvisa e sconosciuta della quale era incapace di definire i contorni: “devi sapere da dove viene il vento, per dargli un nome” diceva il nonno. Lui il nome di quel vento che turbinava a così poca distanza, non lo conosceva ancora: all’inizio di questa storia dunque, per Facciadicane, Annina era soltanto un’ombra scura in controluce, seduta sopra una panchina. E lui, vedendo quella figurina scarna, per la prima volta in vita sua mostrò i denti al mondo come ancora non sapeva di poter fare: cioè sorrise. Il primosorriso di Facciadicane nella clessidra di Cannestorte, un luogo che dispensava accadimenti con una lentezza esasperante, un granello per volta. Cannestorte era un paese di colori e di profumi forti, di terra fine e leggera che ricopriva ogni cosa, di vento umido denso di salsedine, di silenzi pomeridiani che scandivano pomeriggi infiniti. Ma era anche un paese di suoni, un luogo in cui la vita scorreva rumorosa fischiando forte come il vento faceva tra le canne: l’aria vibrava degli strilli acuti delle fruttivendole e del richiamo dei pescatori, l’ombra delle vie strette risuonava del vociare delle comari sedute sugli scanni, gli uomini si affrontavano in sfide all’ultimo Campari al bar di Bottiglione, le ragazzine saltavano come cavallette sopra i numeri del Pincaro tracciati sull’asfalto bollente strillando come rondini a primavera mentre i maschietti, ipnotizzati da quello sfarfallio di sottane che era l’unico elemento interessante del gioco, ammutoliti le stavano a guardare. Il giorno in cui quei due si incontrarono invece, contrariamente a quanto accadeva di solito, tra le casupole color di terra regnava un silenzio assoluto: il fiume si trascinava lentissimo verso la foce, le cicale tacevano, i pesci sonnecchiavano all’ombra dei giacinti d’acqua, le strade erano vuote. Sfidando le leggi del mondo, di quel mondo, Facciadicane e Carnera avevano violato platealmente il coprifuoco imposto sul paese, e a maggior ragione sulla piazza grande, che a quell’ora sarebbe dovuta restare deserta e muta. Il 5 di giugno dell'anno 1978, giorno delle prime comunioni, né l’uno né l’altra si trovavano dove avrebbero dovuto stare: tra i banchi della chiesa. Sedevano invece, come già detto, su due panchine dirimpetto: di sottecchi si fissavano. Lui notò i capelli tagliati corti da maschio, il collo sottile, i riccioli sulla fronte e dietro l’orecchio, un neo, piccolo, sulla guancia destra. Lei le braccia abbronzate, le cicatrici vecchie, bianche, e quelle più recenti, scure come il vino secco sul fondo dei bicchieri. Carnèra si alzò dalla panchina e con pochi passi risoluti azzerò la distanza che li separava. Si fermò in piedi di fronte a lui, i pugni piccoli poggiati sui fianchi, il vestito viola lungo fin quasi terra, a sfiorare i piedi scalzi.
- Perché non sei in Chiesa?, chiese.
- E a te cosa te ne importa?
- Me ne importa, sennò non te lo avrei chiesto, deficiente.
Facciadicane ci pensò su, e gli sembrò un motivo sufficiente, quindi rispose:
- L’incenso: mi fa venire la nausea. L’odore della lacca delle mie zie. Uguale. Il Crocefisso, quel Cristo enorme appeso sopra la testa: ho paura che cada e mi schiacci. E tu?
- La tonaca di Don Pietro. Striscia per terra e raccoglie tutto lo sporco che c’è. Fa schifo. A te cosa piace?
- L’odore del fieno, disse Facciadicane. La ricotta tiepida appena fatta. Il miele. Il mosto d’uva. Correre velocissimo in discesa con la bicicletta fino alla collinetta di terra che c'è alla spiaggia delle alghe nere e poi saltare giù. E a te?
- A me le coccinelle aggrappate agli steli d'erba secca. Le macchie rosse dei papaveri in mezzo al grano giallo. Le scritte sui muri. Uccidere i gatti.
- Ci vieni a pescare le anguille con me, domani? Si va alla fine della serata. Tanto la scuola è finita. La mia barchetta la riconosci subito, è viola e blu, si chiama Maledetta Primavera. Hai mai pescato le anguille al fiume?
Lei disse solo: no. Un no secco, deciso, che voleva dire: va bene, andiamo e a Facciadicane piacque molto, quella assoluta, totale, risolutezza.
Carnera teneva la gonna raccolta sulle gambe, per il caldo. Lui notò le sbucciature sulle ginocchia, identiche alle sue. La riconobbe, allora, seppur senza conoscerla ancora, ma non disse nulla.
- Come ti sei fatto quel taglio? gli chiese.
- Barabba, il gatto della vicina: ho cercato di strangolarlo e mi ha morso. Lo guardò, e anche lei lo riconobbe seppur senza conoscerlo ancora, ma preferì tacere e non dire nulla.
- Allora? Ci vediamo domani?
-Va bene, a domani.
Così, dicono che sia andata; o almeno, così raccontano Radiolina e Cuccumeu ai quali Facciadicane spifferò tutto la sera stessa. Ma chi può dire quale sia, davvero, la verità? Quel che è certo è che da quel giorno Facciadicane e Carnera fecero coppia fissa. Li vedevano uscire di casa al mattino ed entrare nella chiesetta di fronte al molo: ogni volta, prima di andare per mare accendevano due candele e ci appiccicavano sopra un bigliettino. Ciascuno di quei foglietti non conteneva preghiere ma frasi di cui solo loro conosceva il significato: potevi leggere: “ieri mi ha fatto ridere”, oppure “sei un cretino” e appena più sotto “non si rubano i fichi a zia Doloretta ma grazie di avermene regalato uno, era buonissimo”, oppure ancora “per i fiori della primavera”, “per il cielo d’estate”, “per le nostre mani, che sempre restino così”, oppure “per quello che ti ho detto guardando la schiuma sugli scogli”. Consacravano quello che si dicevano alla luce delle candele, loro che non credevano a nulla se non alle parole che si scambiavano e pregavano che fossero eterne come il dio muto di cui così tanto, in quel luogo, si parlava. Dopo qualche minuto uscivano, salivano su Maledetta Primavera e lentamente, a remi, risalivano il fiume.
Una sera non rientrarono. Li aspettammo fino all’ora del sole rosso, poi uscimmo per mare, nonostante il buio. Il giorno dopo attraversammo il golfo fino all’Isola del Vento Cattivo: trovammo soltanto un pezzo di fasciame con scritto sopra Prim. Il resto se l’era mangiato il mare o l’avevano rosicchiato gli scogli, ma quel legno sbrindellato era quel che restava della barchetta di Facciadicane, poco, ma sicuro. Nessuno li ha più visti, quei due. Alcuni raccontano di sentirli ridere, a volte, nascosti dal fitto delle canne lungo l’argine del fiume; altri sostengono che siano loro la ragione di un volo improvviso di cormorani o del guizzare precipitoso dei muggini sotto la superficie d’acqua immobile della laguna. In verità nessuno ne sa nulla, credo.
L’unica cosa che sappiamo per certo, a Cannestorte, è che ogni mattina, all’alba, quando spalanca le porte della chiesetta sul molo, a Don Pietro manca il fiato: immancabilmente, la fiammella tremolante di due candele illumina il buio denso, e triste, della navata.
Facciadicane ce l'aveva col mondo, ma ringhiava e basta; mordere non gli piaceva affatto.
Le cose andarono in questo modo fino ad un mattino di sole, silenzio e vento: quel giorno, Facciadicane conobbe Carnèra. A dire il vero nessuno ancora la chiamava così, perché era in là da venire il giorno in cui avrebbe steso Tommasino Su Burdu della 5b con il più fulmineo gancio destro che la storia del piccolo villaggio di Cannestorte ricordi. Nessuno conosceva neppure quello vero, di nome, perché era arrivata al paese da pochi giorni, ad anno scolastico appena concluso, forestiera. Nessuno avrebbe potuto dirla figlia di questo, nipote di quella, sorella di quell'altro; mancava di riferimenti, di ascendenze e discendenze, dei punti cardinali dell’esistenza, insomma. Questo pensò esattamente Facciadicane, perso com’era in quella tempesta improvvisa e sconosciuta della quale era incapace di definire i contorni: “devi sapere da dove viene il vento, per dargli un nome” diceva il nonno. Lui il nome di quel vento che turbinava a così poca distanza, non lo conosceva ancora: all’inizio di questa storia dunque, per Facciadicane, Annina era soltanto un’ombra scura in controluce, seduta sopra una panchina. E lui, vedendo quella figurina scarna, per la prima volta in vita sua mostrò i denti al mondo come ancora non sapeva di poter fare: cioè sorrise. Il primosorriso di Facciadicane nella clessidra di Cannestorte, un luogo che dispensava accadimenti con una lentezza esasperante, un granello per volta. Cannestorte era un paese di colori e di profumi forti, di terra fine e leggera che ricopriva ogni cosa, di vento umido denso di salsedine, di silenzi pomeridiani che scandivano pomeriggi infiniti. Ma era anche un paese di suoni, un luogo in cui la vita scorreva rumorosa fischiando forte come il vento faceva tra le canne: l’aria vibrava degli strilli acuti delle fruttivendole e del richiamo dei pescatori, l’ombra delle vie strette risuonava del vociare delle comari sedute sugli scanni, gli uomini si affrontavano in sfide all’ultimo Campari al bar di Bottiglione, le ragazzine saltavano come cavallette sopra i numeri del Pincaro tracciati sull’asfalto bollente strillando come rondini a primavera mentre i maschietti, ipnotizzati da quello sfarfallio di sottane che era l’unico elemento interessante del gioco, ammutoliti le stavano a guardare. Il giorno in cui quei due si incontrarono invece, contrariamente a quanto accadeva di solito, tra le casupole color di terra regnava un silenzio assoluto: il fiume si trascinava lentissimo verso la foce, le cicale tacevano, i pesci sonnecchiavano all’ombra dei giacinti d’acqua, le strade erano vuote. Sfidando le leggi del mondo, di quel mondo, Facciadicane e Carnera avevano violato platealmente il coprifuoco imposto sul paese, e a maggior ragione sulla piazza grande, che a quell’ora sarebbe dovuta restare deserta e muta. Il 5 di giugno dell'anno 1978, giorno delle prime comunioni, né l’uno né l’altra si trovavano dove avrebbero dovuto stare: tra i banchi della chiesa. Sedevano invece, come già detto, su due panchine dirimpetto: di sottecchi si fissavano. Lui notò i capelli tagliati corti da maschio, il collo sottile, i riccioli sulla fronte e dietro l’orecchio, un neo, piccolo, sulla guancia destra. Lei le braccia abbronzate, le cicatrici vecchie, bianche, e quelle più recenti, scure come il vino secco sul fondo dei bicchieri. Carnèra si alzò dalla panchina e con pochi passi risoluti azzerò la distanza che li separava. Si fermò in piedi di fronte a lui, i pugni piccoli poggiati sui fianchi, il vestito viola lungo fin quasi terra, a sfiorare i piedi scalzi.
- Perché non sei in Chiesa?, chiese.
- E a te cosa te ne importa?
- Me ne importa, sennò non te lo avrei chiesto, deficiente.
Facciadicane ci pensò su, e gli sembrò un motivo sufficiente, quindi rispose:
- L’incenso: mi fa venire la nausea. L’odore della lacca delle mie zie. Uguale. Il Crocefisso, quel Cristo enorme appeso sopra la testa: ho paura che cada e mi schiacci. E tu?
- La tonaca di Don Pietro. Striscia per terra e raccoglie tutto lo sporco che c’è. Fa schifo. A te cosa piace?
- L’odore del fieno, disse Facciadicane. La ricotta tiepida appena fatta. Il miele. Il mosto d’uva. Correre velocissimo in discesa con la bicicletta fino alla collinetta di terra che c'è alla spiaggia delle alghe nere e poi saltare giù. E a te?
- A me le coccinelle aggrappate agli steli d'erba secca. Le macchie rosse dei papaveri in mezzo al grano giallo. Le scritte sui muri. Uccidere i gatti.
- Ci vieni a pescare le anguille con me, domani? Si va alla fine della serata. Tanto la scuola è finita. La mia barchetta la riconosci subito, è viola e blu, si chiama Maledetta Primavera. Hai mai pescato le anguille al fiume?
Lei disse solo: no. Un no secco, deciso, che voleva dire: va bene, andiamo e a Facciadicane piacque molto, quella assoluta, totale, risolutezza.
Carnera teneva la gonna raccolta sulle gambe, per il caldo. Lui notò le sbucciature sulle ginocchia, identiche alle sue. La riconobbe, allora, seppur senza conoscerla ancora, ma non disse nulla.
- Come ti sei fatto quel taglio? gli chiese.
- Barabba, il gatto della vicina: ho cercato di strangolarlo e mi ha morso. Lo guardò, e anche lei lo riconobbe seppur senza conoscerlo ancora, ma preferì tacere e non dire nulla.
- Allora? Ci vediamo domani?
-Va bene, a domani.
Così, dicono che sia andata; o almeno, così raccontano Radiolina e Cuccumeu ai quali Facciadicane spifferò tutto la sera stessa. Ma chi può dire quale sia, davvero, la verità? Quel che è certo è che da quel giorno Facciadicane e Carnera fecero coppia fissa. Li vedevano uscire di casa al mattino ed entrare nella chiesetta di fronte al molo: ogni volta, prima di andare per mare accendevano due candele e ci appiccicavano sopra un bigliettino. Ciascuno di quei foglietti non conteneva preghiere ma frasi di cui solo loro conosceva il significato: potevi leggere: “ieri mi ha fatto ridere”, oppure “sei un cretino” e appena più sotto “non si rubano i fichi a zia Doloretta ma grazie di avermene regalato uno, era buonissimo”, oppure ancora “per i fiori della primavera”, “per il cielo d’estate”, “per le nostre mani, che sempre restino così”, oppure “per quello che ti ho detto guardando la schiuma sugli scogli”. Consacravano quello che si dicevano alla luce delle candele, loro che non credevano a nulla se non alle parole che si scambiavano e pregavano che fossero eterne come il dio muto di cui così tanto, in quel luogo, si parlava. Dopo qualche minuto uscivano, salivano su Maledetta Primavera e lentamente, a remi, risalivano il fiume.
Una sera non rientrarono. Li aspettammo fino all’ora del sole rosso, poi uscimmo per mare, nonostante il buio. Il giorno dopo attraversammo il golfo fino all’Isola del Vento Cattivo: trovammo soltanto un pezzo di fasciame con scritto sopra Prim. Il resto se l’era mangiato il mare o l’avevano rosicchiato gli scogli, ma quel legno sbrindellato era quel che restava della barchetta di Facciadicane, poco, ma sicuro. Nessuno li ha più visti, quei due. Alcuni raccontano di sentirli ridere, a volte, nascosti dal fitto delle canne lungo l’argine del fiume; altri sostengono che siano loro la ragione di un volo improvviso di cormorani o del guizzare precipitoso dei muggini sotto la superficie d’acqua immobile della laguna. In verità nessuno ne sa nulla, credo.
L’unica cosa che sappiamo per certo, a Cannestorte, è che ogni mattina, all’alba, quando spalanca le porte della chiesetta sul molo, a Don Pietro manca il fiato: immancabilmente, la fiammella tremolante di due candele illumina il buio denso, e triste, della navata.

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